Social media marketing: il freno del malcostume

Il Social media marketing può entrare in conflitto con “equilibri di potere” interni alle aziende? Il caso della politica.

Come fanno il Social media marketing, la politica ed il malcostume, a trovare spazio nello stesso post? Potrei cavarmela sostenendo che, pur differenti, i tre argomenti sono tutti di forte attualità: la politica riaffiora grazie alla nuova campagna elettorale, sempre più praticata attraverso Facebook e Twitter; il malcostume – a vent’anni da “mani pulite” – torna padrone delle cronache (politiche); finalmente (in Parlamento) si riprende a discutere di “Agenda digitale”, oggi addirittura considerata primaria opportunità di riscatto per l’intera economia italiana.

In realtà l’obiettivo di questo post – tenuto nel cassetto per diverso tempo – è affrontare assieme i diversi temi per indagare sui freni alla definitiva affermazione del digital marketing in un Paese, come il nostro, dove un terzo della popolazione frequenta Facebook. E per scoprire se – come mi auguro non sia – dentro i grandi numeri che ancora caratterizzano il tradizionale mercato pubblicitario nazionale si nascondano ulteriori impedimenti e antagonismi.

Naturalmente per raggiungere il fine cercherò di mettere in gioco argomenti solidi, obiettivamente riscontrabili. Come ad esempio lo stato attuale del Social media marketing nel mondo delle nostre imprese, secondo il parere del più illustre opinionista che un marketer potrebbe interpellare.

Le aziende amano i nuovi strumenti di comunicazione

Da una statistica, condotta per conto di Google su di un vasto campione di ditte europee, lo scorso maggio emergeva un dato sorprendente: l’83% dei dirigenti italiani utilizza i social media per esigenze professionali. E molti senior manager li considerano perfino indispensabili, perché capaci di generare innovazione, semplificare i contatti, favorire la produttività e ridurre il carico di lavoro.

Per contro il grado di “apertura” al pubblico delle aziende italiane attraverso canali come Google+, Facebook e Twitter non è altrettanto entusiasmante, anche se per fortuna il trend resta positivo. Al riguardo gli autori ed i committenti delle numerose ricerche di mercato sono ottimisti e concordano: il bicchiere è mezzo pieno.

Come nel caso dell’analisi pubblicata a metà marzo dalla IULM, la Libera Università di Lingue e Comunicazione (autrice dell’infografica riportata in basso).

Infografica che illustra i progressi del Social media marketing in Italia

Il Social media marketing sempre più praticato dalle aziende

Secondo la ricerca della IULM nel 2011 il 50% delle aziende ha aperto un blog o ha attivato almeno un account su Facebook, Youtube, Flicker e Linkedin. C’è da scommettere che ad oggi la percentuale si discosti ancora di più dai brutti dati registrati nel 2010, quando soltanto il 32% del campione intervistato dichiarava di far ricorso al Social media marketing.

Lo stesso sondaggio, come sottolineano gli autori, rivela però due aspetti poco entusiasmanti:

  1. l’adozione dei moderni mezzi di comunicazione aumenta solo tra le piccole aziende, dove si passa in un solo anno da 10 a 43 punti percentuali. Davvero modesto il progresso registrato invece nelle grandi imprese: appena lo 0,6%.
  2. L’effettivo utilizzo dei social media, caratterizzato da reale impegno in termini di risorse umane e finanziarie, è bassissimo: soltanto l’1,16% degli amministratori pratica il Social media marketing in modo continuativo, strategico, strutturato.

Il direttore scientifico del master addirittura afferma: “i risultati ottenuti testimoniano anche come essi (i “social”, ndr) siano ancora molto spesso gestiti in maniera un po’ improvvisata e poco consapevole delle logiche comunicative e dei linguaggi propri di ciascuno di tali canali.

I conti non tornano

Ma come è possibile – ci si potrebbe chiedere – che i manager dei brand più affermati utilizzino per lavoro le piattaforme Web di comunicazione, la messaggistica istantanea di Skype o Google+ e le reti private di Linkedin, per poi mostrarsi timidi e timorosi quando c’è da dotare l’impresa di pubblici strumenti sociali? Perché per metà dei casi si mostrano rinunciatari di fronte alle riconosciute opportunità di ottimizzare le dinamiche aziendali, migliorare brand awareness e reputation, gestire buzz e WOM, e perfino cogliere nuove opportunità di business attraverso l’analisi concorrenziale, i sondaggi e la verifica della brand equity che i feedback degli utenti consentono?

Per le piccole attività imprenditoriali l’atteggiamento appare in qualche modo giustificabile: il dirigente può chiedere ad amici e parenti di aprire la pagina Facebook della ditta, ma difficilmente potrà ricorrere ad un Social media manager per poi gestirla professionalmente. Per le grandi e medie imprese la spesa sarebbe invece pienamente sostenibile, soprattutto a fronte dei notevoli risparmi generati dalla concomitante sospensione di omologhe prassi di outbound e traditional marketing.

Dunque i conti non tornano. A meno di guardare più a fondo proprio in quelle dinamiche aziendali che si vorrebbero – per il bene dell’intera economia italiana – più snelle, versatili, innovatrici e fonti di nuovi sbocchi occupazionali.

I freni dell’evoluzione

Possiamo prendere atto: secondo l’illustre parere di Google è da sfatarsi l’ipotesi che ad ostacolare i social media presso le grandi aziende sia la diffidenza culturale dei dirigenti di “vecchia generazione”. Anzi: i senior manager ne apprezzano apertamente l’efficacia più di chiunque altro.

Possiamo inoltre dare per scontata la convenienza economica dell’inbound marketing rispetto a quello tradizionale, tanto più che ad esso sempre più di frequente ricorrono le piccole imprese, costituzionalmente sensibili al rapporto qualità/prezzo ed impossibilitate a praticare i “vecchi” canali pubblicitari, come televisioni, radio, riviste (l’outbound MKTG, per intenderci).

Dunque: visto che le aziende, soprattutto le più importanti, apprezzano Web e Social media marketing come fattivi ed economici strumenti di promozione, perché non ne fanno ricorso in massa?

Non ho testimonianza diretta dell’eventuale presenza, nelle grosse imprese, di fenomeni di malcostume. Ritengo però moderatamente affidabile la teoria secondo la quale la politica è lo specchio della società, o viceversa. Almeno in quegli ambienti dove circola molto danaro.

Nelle multinazionali il volume degli investimenti pubblicitari in spot e display advertising è ancora gigantesco, rispetto ad una barcollante economia di mercato: perché considerare illegittimo il sospetto che non sia soltanto la dedizione al marchio a motivare, anche solo in rari casi, le scelte di chi gestisce quei budget?

E ancora: perché – nella diffusa consapevolezza dell’efficacia del Web – il 50% dei dirigenti che usa per se stesso i nuovi media non vede invece di buon occhio un diverso, più attento, diversificato, innovativo e redditizio utilizzo delle risorse finanziarie destinate al marketing?

Una precisazione, per concludere: in tutte le mie occasioni professionali non ho mai avuto ragione di dubitare della buona fede dei miei interlocutori. Ma è pur vero che fino ad oggi ho incontrato solo realtà moderne e costituzionalmente rivolte all’innovazione. Mi chiedo quindi se la felice esperienza potrà replicarsi anche quando dovesse capitarmi di gestire il Social media marketing di aziende meno dinamiche. O persino, per restare in tema con la politica, “burocratizzate”.

 

Politica Facebook: come guadagnare voti. Veri.

Politica Facebook? La campagna elettorale si vince su Internet, parola di Grillo e Nichi Vendola.

Vi siete mai chiesti quanto vale l’accoppiata politica / Facebook in termini di voti? Io me lo domando da un po’: incuriosito dal successo di partiti emergenti alle passate amministrative, vorrei riuscire a stimare le potenzialità del binomio in vista delle prossime consultazioni.

Siccome mi piace vincere facile ho cercato su Google come in libreria possibili risposte all’interrogativo, ma senza fortuna: purtroppo il tema è generalmente trascurato da sociologi e tecnici, forse a causa dello scarso interesse coltivato dalla classe dirigente. Che “per copione” è conservatrice e dunque poco incline alla pratica dei new media.

Per scoprire il risultato dell’equazione consenso elettorale / numero (e qualità) dei fan bisogna dunque rimboccarsi le maniche. Iniziamo col prendere in esame le “pagine” dei principali rappresentanti dell’arte di governo. Ne vedremo delle belle.

Il benchmark dei leader politici sul canale social

Umorismo per Facebook e fan

Nello studiare i profili FB dei preminenti parlamentari (attuali e futuri) ho appuntato alcuni dati:

  1. Partito di appartenenza.
  2. Numero di fan.
  3. Possibilità per i liker di postare messaggi (non solo commenti).
  4. Caratteristiche della foto in intestazione.

L’opportunità concessa ai fan di pubblicare aggiornamenti di stato sulla pagina Facebook (punto 3) è un prezioso indicatore delle risorse investite sul canale (più che della spiccata vocazione al diritto di parola): nessuno potrebbe mostrarsi così liberale senza aver prima affidato ad un collaboratore l’imprescindibile attività di moderazione. La voce numero 4 si presta invece come strumento per decifrare il tipo di approccio alla comunicazione, che per futura utilità ho classificato in: aggressivo, moderato, conciliante.

Ecco la tabella riassuntiva, in ordine di “preferenze online”:

Politico Partito Liker
Beppe Grillo Movimento 5 stelle 943.478
Nichi Vendola SEL 524.336
Silvio Berlusconi PDL 446.905
Antonio Di Pietro Italia dei valori 269.976
Angelino Alfano PDL 92.748
Pierluigi Bersani PD 79.207
Pier Ferdinando Casini UDC 23.164
Roberto Maroni Lega Nord 9210

La campagna politica su Facebook fa guadagnare consenso

Confrontando il prospetto sintetico con gli esiti delle elezioni di maggio 2012 emerge un dato tendenziale sbalorditivo: i profili politici con il maggior numero di fan sono proprio quelli che nella recente tornata sono stati – direttamente o indirettamente – premiati dalle urne.

Scettici e guastafeste potrebbero imputare alla tesi un grossolano errore: l’aver scambiato la causa con l’effetto. Ovvero: maggiore è il peso politico del personaggio e del corrispondente partito, superiore è il seguito registrato su Internet. Non è certamente così, come dimostra lo stesso prospetto utilizzato in precedenza: gli amministratori dal consolidato potere (Bersani, Alfano, Casini) occupano la coda della classifica; gli emergenti sono ai vertici. Fa eccezione Berlusconi, che fino a ieri non trascurava neanche uno dei mass-megafoni disponibili (più avanti vedremo quanto la situazione oggi sia cambiata).

Commentiamo punto per punto la tabella.

  1. Beppe Grillo, col suo Movimento 5 stelle, è stato da più parti riconosciuto come il vero protagonista della scorsa competizione elettorale. Pur sulla base di presupposti che nulla hanno a che vedere con i social media, il partito è riuscito a conquistare la carica di sindaco a Parma, spiazzando gli oppositori.
    1. Il profilo di Grillo non consente i “Post di altri”, peculiarità che non mi aspettavo di incontrare: la moderazione sembra appena accennata, tant’è che nei commenti il dissenso è presente in buona percentuale. Suppongo che il leader “digitale” ed i suoi consiglieri abbiano considerato inopportuno o forse troppo impegnativo concedere eccessiva libertà d’espressione in assenza di un puntuale monitoraggio.
    2. L’intestazione è caratterizzata da un’immagine “neutra”, riportante il marchio del movimento. Ma il logo vede Beppe Grillo sfogliare un libro intitolato “Siamo in guerra”. Più aggressivi di così si muore.
  2. Nichi Vendola, alla ribalta in queste settimane per la legittima aspirazione di partecipare alle primarie che dovranno celebrare la guida del prossimo centro-sinistra, da diversi anni vede crescere il consenso che fino ad oggi gli ha garantito la carica di Governatore alla Regione Puglia. Per quanti non l’abbiano ancora notato, su Facebook ha da poco sorpassato l’ex Presidente del Consiglio  per numero di fan. Mica noccioline.
    1. Chiunque può pubblicare aggiornamenti di stato, a condizione ovviamente che abbia in precedenza cliccato su “Mi piace”. La moderazione c’è e si vede, anche nei commenti.
    2. Per Vendola il messaggio trasmesso dall’impostazione grafica è “moderato-aggressivo”.
  3. In terza posizione troviamo Silvio Berlusconi. Il piazzamento è conseguenza di un ventennio di amministrazione quasi incontrastata, e di un discreto utilizzo del Web marketing per promuovere partito e leader. Ma la recente uscita di scena – conseguente alla caduta del Governo – si fa sentire anche sul profilo Facebook: ad ogni post si accodano numerosi commenti negativi – comunque in minoranza – tant’è che alcuni utenti invocano l’intervento di un moderatore. Interessante notare come la trascuratezza della pagina coincida con la vertiginosa caduta di consensi svelata dai sondaggi.
    1. Lascio che siate voi ad indovinare: gli utenti possono pubblicare aggiornamenti di stato nella casa virtuale di Berlusconi?
    2. Le foto presenti hanno tutte natura “conciliante”.
  4. Antonio Di Pietro è notoriamente molto attivo sul Web. Quarto classificato, nonostante il cospicuo bacino di sostenitori online non sembra riuscire a portare sempre a segno gli obiettivi di “conversione” politica. Nelle recenti amministrative il numero dei voti è calato.
    1. Di Pietro consente la pubblicazione di aggiornamenti di stato ai propri fan.
    2. Immagine di copertina e logo nel complesso lasciano percepire una forma di comunicazione moderata-aggressiva.
  5. Angelino Alfano è l’attuale leader del PDL. La sua attività politica Facebook non è premiata: si piazza solo quinto, dietro un’IDV che non può certo competere per elettorato. Se le scarse performance possono essere in parte addebitate all’imperante figura del fondatore di partito, che per le preferenze è come una spugna, di certo fanno il paio con il sensibile calo registrato nell’ultimo suffragio.
    1. L’interazione sul profilo è limitata ai commenti.
    2. Il messaggio “grafico” è totalmente conciliante.
  6. Pierluigi Bersani è la guida del primo partito italiano di oggi (a detta dei rilevamenti). La sua pagina raccoglie appena ottantamila fan, e non è aperta ai contributi dei liker. Alle amministrative non è andata come l’autore di simpatici aforismi forse si augurava.
  7. Rispetto a PD e Bersani è forse più proporzionato il bacino d’utenza di Pier Ferdinando Casini rispetto al numero dei simpatizzanti dell’Unione di Centro. Ma di certo non è all’altezza di un personaggio di fama. E anche qui c’è da fare i conti con i risultati delle amministrative di maggio, dove l’UDC non ha brillato.
  8. Fanalino di coda, Roberto Maroni e la Lega Nord pagano lo scotto degli scandali che hanno coinvolto il leader carismatico e la sua famiglia, Bossi. Ma la ridottissima visibilità sui social network è forse anche conseguenza dell’eterna difficoltà di dotare le aspirazioni indipendentiste di un’identificazione sovraregionale; l’ambito è forse troppo ristretto per farsi strada nei nuovi media. Fatta eccezione per la netta affermazione in un collegio, a maggio la Lega non ha saputo bissare i successi di qualche hanno fa.

La politica virtuale non è necessariamente anche reale

Non abbiamo considerato Matteo Renzi che, giovanissimo e fino all’altro ieri sconosciuto alla Nazione, su Facebook ha la bellezza di 150.000 fan. Ma quanto detto fino a questo momento è più che sufficiente per sostenere un assioma: la politica Facebook paga, e fa guadagnare voti.

Per ottenere risultati soddisfacenti non è necessario dedicarsi alla rete virtuale anima e corpo, come fa Di Pietro. Ma, come per l’ex PM, è bene confrontarsi quotidianamente e direttamente con i simpatizzanti. Così da cogliere sentimenti collettivi, tradurli in strategie ed atti parlamentari, celebrando una legittima volontà di rappresentanza.

Non è neanche detto che sia opportuno persino fondersi con il Web, e farne l’unico strumento di comunicazione. Mi riferisco a Beppe Grillo ed al suo movimento. L’ex comico ha dalla sua una profonda conoscenza del mezzo e possiede oramai un’identità digitale dall’inarrivabile carisma. Ma ad un attento esame dei contenuti e delle discussioni che popolano blog e pagina Facebook a cinque stelle si percepisce che il principale collante tra simpatizzanti, attivisti e leader è costituito dal desiderio di rappresentare malcontento ed insoddisfazione. E da un imperante quanto potenzialmente infruttuoso sentimento di antipolitica (leggete i commenti a questo post se vi preme verificare).

La considerazione mi è servita per introdurre l’ultimo argomento di questo post: la qualità o, se preferite un’espressione più pertinente al Web marketing, la conversione dei lead. Tra i meriti di Grillo c’è l’essere riuscito a sfruttare una delle molle delle community online – la dinamica dell’aggressività – per conquistare notorietà. Ma non è per nulla scontato che questa si traduca proporzionalmente in effettivo consenso elettorale e concrete capacità amministrative, come d’altra parte sembrano voler dimostrare i malumori interni manifestati di recente. In altre parole: si può efficacemente promuovere attraverso il Web un grande movimento, però non si può pretendere di gestirlo come fosse una chat-pizza o un techno camp. Di questo i rappresentanti locali alle prese con l’organizzazione dei collegi elettorali si stanno rendendo conto, e si è reso conto il sindaco di Parma che ha faticato non poco per la convocazione del primo consiglio comunale.

Ancor più che l’eccitazione tecnologica ed il tifo calcistico, la politica applicata al Web genera ambienti di passione. Dove chiunque è esposto a distrazioni e rischia di perdere di vista gli obiettivi. Come dire: la politica Facebook ha potenzialità straordinarie, a patto che il Social media manager non perda di vista il fine ultimo del processo di conversione: conquistare il governo e praticarlo. Fuori dal Web.

Pagina Facebook aziendale | Il social network per l’azienda | SEO

Pagina Facebook aziendale: tra i Social network forse il più potente ed efficace strumento di marketing per l’azienda.

[P.s.: spero torni utile la guida sulla pagina Facebook aziendale in formato PDF (circa 200 kb)]

Pagina Facebook aziendale | Quando la multinazionale (omissis) mi chiese di guidare i suoi social network italiani, Twitter e Facebook, accettai l’incarico con entusiasmo pari al timore. Questo perché i canali erano già stati creati da circa un anno e le cose non andavano per il verso giusto: in maggioranza si leggevano commenti negativi, che lasciavano percepire un sentiment incoerente con l’effettiva brand reputation (per la cui gestione Web ho successivamente ricevuto ulteriore incarichi).

Ho fatto questa premessa più che altro per allertare le imprese medio/piccole: creare pagine Facebook aziendali senza un progetto può portare a risultati insoddisfacenti, se non addirittura controproducenti. Bisogna avere bene in mente obiettivi e modalità, ed aver maturato consapevolezza di premesse e condizioni per poi procedere alla compilazione di un un business plan.

Strumenti per progettare una pagina Facebook aziendale.

Come creare e gestire una pagina Facebook aziendale

Per approntare un piano strategico finalizzato all’esordio sui social network e alla creazione della pagina Facebook aziendale è necessario uno strumento ad hoc. Il project management che io preferisco, e che utilizzo per le “cose importanti”, è Prince2; mi è stato consigliato tempo fa da un caro amico e collega. Non è certamente dei più semplici ed immediati, ma consente una visione d’insieme efficace e produttiva di qualunque tipo di attività strutturata. Ad esempio non è indicato per allestire un party, per quanto affollato possa essere, ma lo vedrei bene utilizzato in uno sposalizio in grande stile (chi l’ha organizzato sa bene quanto possa risultare impegnativo).

L’adozione di un tool per la pianificazione comporta vantaggi fondamentali: permette di definire con certosina precisione l’obiettivo della pagina Facebook aziendale, calendarizzare il time scale e prevedere le variabili principali. Come ad esempio output, outcome, dis-benefit, rischi e soprattutto costi e benefici. In questo modo risultano favorite tanto le eventuali revisioni in corso d’opera quanto la misurazione parziale o complessiva del ROI. Cosa potrebbe chiedere di più un dirigente d’azienda che si approccia ai social network con diffidenza, e che non è ancora in grado di apprezzare gli investimenti finanziari nelle attività di inbound marketing?

Chi e in che modo dovrà creare e curare la pagina Facebook aziendale?

Ci si può anche inventare social media manager, e se si possiede talento è possibile riscuotere successo anche senza esperienza. Ma alle imprese, per quanto è dato sapere, non piace rischiare. Ecco perché è bene identificare con cura un professionista che almeno fornisca i giusti indirizzi.

In un mondo perfetto lo staff dovrebbe essere costituito dalle seguenti figure, i cui compiti tuttavia potrebbero anche essere accollati ad un’unica persona:

  1. Project manager – Dovrà elaborare il progetto, verificarne l’esatta esecuzione, vagliare i report, ed eventualmente istruire il personale (direzione, vendita e MKTG). È bene rivolgersi ad un professionista.
  2. Responsabile della pagina Facebook aziendale – Cura il piano editoriale, redige i contenuti ed i report. Nella selezione dell’incaricato sarà bene dare più credito ai risultati dimostrabili che non ai titoli, viste le peculiarità dell’approccio digitale al social marketing. Marco Massarotto – autore per Apogeo dell’eccellente “Social Network – costruire e comunicare identità in Rete” – vede questa come una figura a metà tra un giornalista, un blogger ed un informatico.
  3. Coordinatore – Nel caso in cui i ruoli descritti in precedenza non siano affidati al personale sarà necessario che azienda committente e incaricati abbiano una figura di riferimento che garantisca la comunicazione in tempo reale. L’ideale è un impiegato interno – preferibilmente specializzato in marketing – che abbia particolare dimestichezza con i social network, ed al quale sia stata trasmessa la piena consapevolezza dell’importanza del progetto.
  4. Community manager – È colui che pratica la moderazione e alimenta la partecipazione con modalità reattive e proattive. Secondo la mia esperienza torna molto utile che sia egli stesso ad occuparsi della pubblicazione dei contenuti. In collaborazione con il responsabile della pagina sarà chiamato ad occuparsi di crisis management.
  5. Tecnici – Esterni o interni, sono coloro che curano il design della pagina, le personalizzazioni e le applicazioni, e producono elementi grafici come foto e video. Compiti come questi possono essere di volta in volta delegati ad agenzie, sotto la supervisione di chi guida la pagina Facebook.

Prepararsi alla nuova avventura.

La pagina Facebook aziendale sta per essere creata e pubblicata, sulla base delle responsabilità individuate e del piano marketing approntato. Ma prima di compiere il grande passo dovremo farne ancora qualcuno piccolo.

  1. Analisi delle dinamiche aziendali – Le persone a cui saranno affidate le responsabilità del progetto ed il suo autore devono conoscere profondamente la ditta committente. Fondamentale è la piena acquisizione della “vision” che guida l’impresa.
  2. Identificazione dell’identità digitale – Come si esprimerà l’azienda sui social network? Darà del “tu” agli interlocutori? Farà uso di emoticon? Per definire la “personalità” che l’impresa mostrerà su Facebook torna utile studiare il comportamento della concorrenza diretta e confrontare in un brainstorming i profili caratteriali che – preferibilmente – più persone avranno immaginato.
  3. Istruire l’azienda – Una volta entrati sul Web (ed aperta la pagina Facebook aziendale) l’impresa sarà aperta al mondo: chiunque potrà guardare dentro. Attraverso i tratti dei contenuti pubblicati, i tempi ed i modi delle azioni e delle reazioni, gli utenti riusciranno a percepire senza sforzo l’ambiente interno alla ditta. Per far sì che stanze e corridoi appaiano ordinati, puliti ed ospitali è bene che tutti i dipendenti vengano istruiti sulle dinamiche dei social network. Tornerà anche utile stabilire se gli stessi potranno o meno prendere parte pubblicamente alla community online, ed in caso positivo sarà indispensabile definire una policy comportamentale. Ma la cosa più importante sarà far comprendere a tutti che la comunicazione immediata è la chiave di volta del successo.
  4. Netiquette – Di fondamentale importanza è il regolamento al quale dovranno attenersi liker e amministratori della pagina Facebook aziendale. Dunque sarà bene fare propria una certezza ed abbandonare l’ideale di una Rete capace di autoregolamentazione e democrazia reale: senza un preciso elenco di comportamenti accettati e non tollerati c’è rischio di “anarchia”. La netiquette dovrà essere sintetica, chiara, e soprattutto tanto condivisibile da poter essere spontaneamente condivisa.
  5. Piano dei contenuti – Gli incaricati dovranno stilare una “linea editoriale” e programmare tempistiche e modalità di pubblicazione.
  6. Web awareness e benchmarking – Quando i dirigenti chiederanno conto dell’operato e vorranno misurare il ROI sarà necessario possedere termini di confronto. Dunque prima di partire si dovrà misurare la reputazione online, il sentiment, la popularity, il grado di influenza e quant’altro rientra tra gli obiettivi del business plan.

Opportunità, obiettivi e strategie della pagina Facebook aziendale.

Una pagina Facebook aziendale priva di precise connotazioni e finalità non ha ragion d’essere. Vediamo dunque cosa è possibile ottenere tramite il social network e come ottenerlo.

  1. Brand awareness – La conoscenza del marchio potrà essere incrementata a precise condizioni. In particolare è necessario: programmare la pubblicazione di contenuti di qualità (ad esempio approfondimenti, anteprime ed esclusive riservate ai fan); mirare all’engagement dei Web influencer; utilizzare strumenti promozionali interni e, possibilmente, esterni; garantire la piena sinergia fra tutti i canali di comunicazione esistenti. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante: a cosa serve una pagina Facebook aziendale se del lancio di un nuovo prodotto gli utenti vengono a conoscenza attraverso i blog specialistici, ai quali i PR avranno in precedenza inviato i relativi comunicati stampa?
  2. Brand reputation – Più la pagina sarà capace di proporsi come punto di riferimento per i clienti più sarà possibile gestire direttamente la reputazione online, piuttosto che affidarla a siti Internet e forum indipendenti.
  3. Presentazione prodotti – Quale vetrina migliore per evidenziare le caratteristiche di spicco della più recente linea prêt-à-porter?
  4. Promozioni e vendite – Sì, su Facebook è possibile e proficuo lanciare campagne di sconti, stimolare acquisti collettivi e persino approntare un negozio virtuale.
  5. Copertura eventi – Una conferenza stampa, la partecipazione ad una fiera, l’allestimento di uno stand riescono meglio se c’è qualcuno online che faccia da cassa di risonanza.
  6. Sondaggi e co-creazione – Confrontarsi direttamente con il pubblico comporta lo straordinario vantaggio di praticare engagement a costo zero.
  7. Customer care – Difficilmente Facebook può sostituirsi al servizio clienti, ma di certo può rappresentare la golosa opportunità di fornire un primo aiuto, anche grazie alla collaborazione degli utenti più esperti. Ciò favorisce la positiva percezione di brand e prodotto, impedendo che buzz e WOM siano liberi di scorazzare incontrollati su community esterne. L’occasione è buona anche per ottenere obiettivi riscontri (ed eventualmente agire di conseguenza) sull’operato del service che gestisce il customer care.
  8. Co-marketing – Per una startup mostrarsi pubblicamente in compagnia di una multinazionale affermata – come se fosse in atto una joint venture o almeno una partnership – è una chimera. A meno di trovarsi sul Web e possedere social network ben strutturati. E questo vale per un’impresa giovane come per un personaggio politico neo eletto o un attore emergente.
  9. Web monitoring – La pagina Facebook aziendale è una cartina tornasole, uno specchio della considerazione che marchio e prodotti riscuotono su Internet. Se la ditta non ha chi pratichi il monitoraggio a 360 gradi questa è un’opportunità da non sottovalutare.
  10. Feedback – Nessuno più dei liker può spiegarci meglio cosa funziona e cosa invece non va in un prodotto. Mettiamoci in posizione di ascolto: ci servirà in futuro per evitare gli stessi o simili errori, e praticare oggi stesso (ove possibile) migliorie.

Considerazioni e suggerimenti finali.

Il social networking è una materia tanto complessa e articolata che risulta – ovviamente – impossibile trattarla in un singolo contenuto. Forse non sarebbe sufficiente un corposo manuale. Ma siccome l’obiettivo di questo post è fornire un prospetto di base chiaro all’azienda che vuol aprire una pagina Facebook, ho lasciato da parte lo spazio conclusivo dove appuntare riflessioni sparse.

Innanzitutto la sincerità. Intendo dire che l’identità digitale dell’impresa deve necessariamente risultare trasparente e schietta se desidera conquistare l’imprescindibile fiducia dei fan. Non è indispensabile essere completamente “veri”, ma almeno bisogna mostrarsi “falsi – veri” (in merito la Disney ha qualcosa da insegnare). L’importante è in ogni caso evitare il terribile binomio “vero – falso” o, peggio, “falso – falso”.

La community è di tutti. E questo i frequentatori dovranno percepirlo immediatamente, così che possano sentirsi come a casa ed essere motivati a tornarci. Alla regola dovranno informarsi sia le attività di moderazione sia i contenuti programmati e quelli occasionali.

Il seeding è legittimo? Sì, se persino tumblr.com – hanno recentemente confessato i suoi creatori – l’ha utilizzato all’esordio del sistema di blogging. L’importante è andarci piano, con i piedi di piombo.

Fare pubblicità. Se rappresenta una ditta giovane e sconosciuta difficilmente la pagina sarà in grado di attirare liker spontaneamente. È dunque opportuno ricorrere inizialmente a strumenti promozionali interni a Facebook (engagement ads) ed esterni, inbound ed outbound. Quando una piccola base di fan sarà stata creata può risultare efficace ed economico l’endorsement.

Presidio o presenza? I suggerimenti fin qui elencati si rivolgono prevalentemente a coloro che vedano nei social network una piattaforma di promozione prioritaria. Ritengo però che possano tornare utili – se opportunamente filtrati – anche laddove il dirigente abbia disposto la creazione di spazi con il solo scopo di presenziare le reti sociali.

Ok, credo sia davvero tutto. È comunque a disposizione il sistema dei commenti per chi desideri approfondire questi ed altri argomenti. Buona pagina Facebook aziendale a tutti!

P.p.s. Dimenticavo le FAQ di Facebook per le aziende.

SEO SEM SEA SMO : cosa significa.

Significato degli acronimi SEO SEM SEA SMO che identificano le attività di posizionamento e marketing dei motori di ricerca.

SEM viene prima. SEO, SMO e SEA seguono in ordine sparso, secondo una scaletta di importanza che nel search marketing e più in generale nel digital MKTG abbia conto del target, delle potenzialità operative e finanziarie dell’attore, del panorama concorrenziale ed altro.

Grafico interattivo per SEO SEM SMO SEA

Passiamo al dunque: cosa significa SEO SEM SEA SMO? Andiamo per il giusto ordine.

SEM – Search Engine Marketing.

Comprende tutte le altre citate, ed altre non menzionate. Sta ad indicare tutte quelle attività volte ad imbrigliare il grande potere dei motori di ricerca per servire un sito Web, un’azienda, un marchio.

Figlio del Web marketing (o, più in esteso, del digital MKTG), il SEM ha l’obiettivo di identificare e raggiungere la domanda conforme al target, per soddisfarla.

Oltre che declinarsi in SEO, SEA e SMO, il SEM comprende altre pratiche come il monitoring, il benchmarking il database building ed infine vendita diretta e customer care. Con il Search Engine Marketing si può fare anche il digital branding, finalizzato ad incrementare la notorietà di un marchio.

SEOSearch Engine Optimization

SEO, cioè ottimizzazione per i motori di ricerca, è finalizzato ad un miglior posizionamento di determinate keyword nella SERP (di Google, Bing, Yahoo, etc.).

Ci soffermeremo più volte in dettaglio sulla SEO, ma torna utile spendere due parole sulle principali attività che lo caratterizzano:

  • ottimizzazione del codice delle pagine Internet;
  • perfezionamento del markup;
  • elaborazione dei contenuti.

A queste principali prassi – dette “interne” – si aggiungono quelle “esterne”:

  • link building;
  • link baiting;
  • socialize.

SMOSocial Media Optimization.

L’acronimo si spiega bene da solo: indica l’utilizzo dei social mediaFacebook, Twitter, Pinterest e via dicendo – per supportare il lavoro di convogliamento del traffico Internet verso un determinato sito Web o per finalizzare altre pratiche di marketing.

SEASearch engine advertising.

Rispetto a tutte le altre categorie del SEM, il SEA richiede un particolare grado di specializzazione in chi si occupa di digital marketing. Consiste nell’attività di promozione a pagamento attraverso i motori di ricerca e gli strumenti di pubblicità da loro offerti.

Per quanto non siano espressamente citati, tutti gli acronimi e le relative attività sono legati a doppio filo alle linee guida dei motori di ricerca. Ne segnalo alcune, tra le più conosciute:

Best practice per aiutare Google a trovare il sito, eseguirne la scansione e indicizzarlo

Yahoo content quality guidelinees

Bing.

Nota: il grado di importanza che personalmente assegno a SEO SEM SEA SMO è indicato nella infografica riportata in alto.