Consulenza SEO | SMO: tutto il resto è noia

Conosci la consulenza SEO e quella SEM. Ma sai già quanto è VITALE per il tuo business il compito di un consulente SMO?

La consulenza SEO ha il compito di ottimizzare un sito per consentire la migliore indicizzazione sui motori di ricerca. E questo lo sapevi.

La consulenza di Search Engine Marketing (SEM), della quale abbiamo discusso in un recente post, ha l’obiettivo più complesso di sfruttare tutti i mezzi offerti da Google & Co. per cogliere le domande di mercato che si esprimono attraverso parole chiave. E anche di questo eri a conoscenza.

Qual è invece il ruolo dello specialista SMO? Quello di favorire l’interazione tra i social media ed un sito Internet, sfruttando la SEO per incentivare la condivisione dei contenuti e, quindi, per rafforzarne la reputazione. Non solo.

La consulenza SEO rende i blog e siti aziendali attraenti

Pensa al blog di un ristorante: se grazie ad una efficace consulenza SEO dispone di account ben ottimizzati sui “local network” (come Foursquare o TripAdvisor), e quindi anche ben visibili nei motori di ricerca, il continuo flusso di nuovi clienti è assicurato. Come la fidelizzazione dei vecchi, a condizione che cucina e prezzi risultino effettivamente graditi agli avventori.

Perché la necessità di competenze SMO nel consulente SEO

In un altro post focalizzato sulla “consulenza SEO migliore” sottolineavo come un buon contenuto sia la soluzione più efficace per garantirsi i favori dei search engine. I quali, studiando i dati analitici su accessi, bounce rate e tasso di uscita, riescono a capire quanto un sito risulti davvero interessante ai lettori e quanto merita, di conseguenza, di primeggiare nelle SERP.

Nel corso di questi ultimi anni Google (più dei concorrenti) ha affiancato a quel parametro di valutazione qualitativa e meritoria anche i social media: più frequentemente post e articoli vengono condivisi su Facebook, Twitter e (specialmente) Google+, e più probabilmente i contenuti verranno premiati come fruibili e realmente utili.

Quindi la consulenza SEO non può più prescindere dalle capacità di social media marketing: deve garantire a blog e siti tutti i presupposti perché sharing e citazioni vengano agevolati. Tanto nella strutturazione di una pagina, quanto nel suo codice, nella grafica e nel testo (mai sentito parlare di call to action, link building, content marketing e copywriting?).

Viralità, coinvolgimento, fidelizzazione, condivisione.

Il consulente SEO deve favorire la viralità e la “linkabilità” dei contenuti, cioè la Social Media Optimization. Come? Ad esempio inserendo nei contenuti un’infografica accattivante che, attraverso un pulsante facilmente raggiungibile, chiunque si affretterà a condividere con follower e liker. Per non parlare dei possessori di account Pinterest!

Facciamo un esempio pratico? Alcuni tra i migliori blog statunitense stanno integrando gli sharing button nell’immagine a corredo di ciascun post: la foto è estremamente attraente ma anche piccola, così che chiunque si senta costretto a zumare cliccandoci sopra. Al fianco dell’immagine ingrandita, naturalmente, appaiono i tasti di condivisione.

Ma il professionista deve anche mirare a fidelizzare i clienti esistenti, non soltanto a procurarne di nuovi. Ed ecco che allora dovrà avere riguardo di feed RSS, newsletter, community esterne (gruppi Facebook e Google+, ad esempio) ed interne (i famosi, vecchi ed immarcescibili forum).

Per concludere: il consulente SEO non può più limitarsi alle attività di ottimizzazione on, in e off-page. Deve anche favorire tramite la SMO – per imperativo strategico – la facile e gradita diffusione di contenuti, e-book, infografiche e guide. I quali, tradotti nel lessico del marketing, significano servizi, prodotti, brand awareness ed equity, spontanei endorsement, engagement, recruitment. E, soprattutto, fatturati.

P.s. Ricordo a titolari di startup, aspiranti blogger di successo e futuri ricchissimi quanto generosi clienti dell’azienda che amministro, che seguendo questo link è possibile ottenere una consulenza SEO gratis. Tutti gli altri hanno a disposizione la pagina di contatto e la reperibilità telefonica riportata nella colonna destra. Roba di una certa serietà, mica noccioline.

Creare blog | Scegliere il dominio perfetto

Vuoi creare blog visitatissimi e ben posizionati su Google? Sei nel posto giusto. Primo passo: scegliere un titolo indimenticabile, cioè il nome di dominio.

Creare blog – ben indicizzati dai motori di ricerca, graficamente attraenti, dotati di straordinario appeal e capaci di superare la migliore concorrenza – non è un’illusione. Può farlo chiunque: le aziende come le persone, per esigenze professionali e commerciali o per semplice piacere e passione.

Creare blog partendo dal dominioNaturalmente per creare blog di successo bisogna essere pronti a darsi da fare, e soprattutto saper bene come muoversi. Ecco perché ho deciso di metter giù un “manuale” basato sui consigli degli esperti e sulle migliori pubblicazioni in tema, aggiungendo qui e là alcune mie considerazioni.

Per rendere ancora più chiara la guida ho pensato di dividerla in brevi post, ciascuno dedicato ad uno specifico argomento. Il primo capitolo è già disponibile: l’ho riservato al copywriting ed alla SEO on-page. Il secondo eccolo qui: creare blog assegnandogli il nome di dominio più efficace. Partiamo.

Identificare target e contenuti prima di creare blog.

Creare blog equivale a fare marketing: la prima regola è conoscere a fondo prodotti e servizi offerti, ed il loro principale destinatario. Perciò l’impegno più urgente è immaginare con precisione tanto le caratteristiche e l’argomento dei futuri contenuti, quanto la fisionomia del lettore tipo.

Per agevolarci nel lavoro di identificazione del target poniamoci due domande:

  1. I post che pubblicheremo saranno prevalentemente rivolti alle imprese, oppure alle persone ed ai loro interessi non commerciali?
  2. L’orientamento del sito sarà di tipo B2B, B2C, misto o generalista?

Le conseguenti risposte torneranno molto utili nei successivi step. Che affrontiamo subito passando al tema centrale: scegliere il dominio.

L’impresa sarà quasi certamente costretta ad identificarlo con il brand, se non altro perché il testo di una URL che coincide con il marchio favorisce notevolmente la reperibilità online della ditta. Però attenzione: la stessa esigenza potrebbe averla anche un professionista o un privato che aspira a dare fama al proprio nome, magari proprio come blogger di successo.

In altri casi potrebbe risultare più importante una soluzione che sappia evocare esplicitamente il core business – nel caso di imprese o freelance – o il settore di interesse per il lettore generico. In questo caso è necessario concentrarsi sulla ricerca della parola chiave più rappresentativa. Che però, è bene non illudersi, sarà quasi impossibile da applicare tal quale al nome di dominio, perché con ogni probabilità qualcuno l’avrà registrato prima di noi.

Se così fosse possiamo rivolgerci alle long tail, cioè alle keyword composte. Un esempio? Se siamo interessati a creare blog dedicati alla SEO possiamo associare all’acronimo un secondo termine, come ho fatto io per questo sito: WOMSEO.com (Word of Mouth + Search Engine Optimization, che nelle mie ambizioni sta a significare “la SEO in vivavoce” o “del passaparola”).

C’è infine una terza via, che rappresenta la soluzione di mezzo fra la prima e la seconda: unire il nome (dell’azienda o personale) con la parola chiave. Ad esempio “SMMpincopallino.it” (nel caso di un social media marketer dallo sfortunato battesimo) o “blogazienda.com”.

Creare blog: SEO ed EDM.

Se non siete interessati a creare blog con dominio “brand” o “misto”, ma soltanto a quello che potrà migliorare l’indicizzazione, datevi da fare per trovare la keyword composta che più rappresenta voi o i vostri interessi. Ad aiutarvi nel lavoro ci sono strumenti online molto utili, come il sempreverde UbergSuggest.org, il tool integrato nel campo verifica di Godaddy, oppure Google e le “ricerche correlate” suggerite in calce ad ogni SERP (Search Engine Results Page).

Su quanto sia importante per la SEO avere nel nome di dominio una keyword pertinente esistono (stranamente) opinioni contrastanti: c’è chi dice che è un fattore essenziale nel creare blog, e chi al contrario lo considera ininfluente alla luce degli algoritmi più recenti adottati dai motori di ricerca.

La verità è che l’EDM (Exact Match Domain) – cioè la corrispondenza tra la parola chiave principale del sito ed il nome (o parte) dello stesso – favorisce notevolmente il buon posizionamento in Google e nei search engine concorrenti.

Accortezze linguistiche nel creare blog.

Nel creare blog e dare loro un “titolo” composto è bene rispettare alcune regole, dettate dall’esperienza e dal buon senso. Raccolgo a seguire quelle che credo abbiano maggior peso.

  1. Il nome di dominio dev’essere il più breve possibile, compatibilmente con le esigenze di branding o SEO.
  2. Dev’essere facile da ricordare (possibilmente suggestivo), da scrivere e soprattutto da pronunciare: non volete mica dover dettare ad un cliente o un amico un indirizzo Web del tipo deborah-sempronio.com? La lettera “H” ed il trattino vi verrebbero presto in forte antipatia.
  3. Unico e inconfondibile sono aggettivi che portano fortuna.
  4. Se non desiderate rischiare di essere presto dimenticati – o di diventare prematuramente vintagenon fate riferimento a passeggeri trend, neanche se promettono di trasformarsi in più duraturi meme.
  5. Non fate ricorso a cifre, e soprattutto al numero zero (che può essere confuso con la “O”).
  6. Prima di prendere una decisione definitiva confrontatevi con amici, parenti o colleghi: sono loro che possono darvi i suggerimenti più schietti e proficui nel creare blog ed assegnare loro un nome.

Accorgimenti tecnici e conclusioni.

Scelto il dominio giusto ed accertata la sua disponibilità presso un registrar (quello che preferisco l’ho citato in precedenza), prima di concedervi l’acquisto ed il creare blog ci sono le ultime accortezze da tenere.

In primo luogo è fondamentale verificare se il nome sia già stato registrato in passato, ed in caso positivo se ha goduto di buona reputazione. Per questa esigenza può risultare preziosissima una nota e funzionante versione della “macchina del tempo“.

È poi importante individuare il giusto suffisso. Il più usato, e quindi anche il più ricercato, è quello .COM. Per noi che siamo italiani – e sempre che il sito si rivolga esclusivamente al Bel Paese – va benissimo il .IT. In alternativa possiamo prendere in considerazione anche .ORG e .NET (e poche altre soluzioni).

Meglio ancora sarà riservare allo stesso dominio più “estensioni”, per evitare che una volta diventati famosi qualcuno possa sfruttare la nostra notorietà traendo in inganno lettori e clienti distratti. La spesa da sostenere certamente cresce, ma se teniamo davvero al nostro blog e se per lui abbiamo buoni propositi l’investimento si rivelerà sicuramente proficuo.

Infine, per la conclusione di questo secondo capitolo della guida sul come creare blog ho in serbo un ultimo suggerimento: registrate il nome non per uno, ma per almeno due o tre anni. Ne beneficerà sensibilmente la Search Engine Optimization del vostro nuovo, fiammante sito Web.

Social Manager di successo. In 3 mosse.

Il Social Manager è per l’azienda una carta vincente. A patto che sappia conquistarne la fiducia e comprenderne le dinamiche.

Il Social Manager è una figura ormai indispensabile nella comunicazione aziendale. D’altra parte a lui è assegnata la responsabilità strategica e operativa di creare, ottimizzare e gestire i social media, e quindi di cogliere al meglio le preziose opportunità offerte dal digital marketing: branding, pubblicità mirata, acquisizione di nuovi clienti e fidelizzazione dei vecchi, analisi di target e scenari competitivi, etc.

Il Social Manager è un moderno condottieroEppure il Social Manager continua ad incontrare obiettivi ostacoli al legittimo riconoscimento della professionalità, a vedere il suo ruolo definitivamente inquadrato fra i più importanti organi aziendali. Deve ancora confrontarsi – nonostante l’indiscussa intraprendenza della classe dirigente italiana – con diffidenza, scarsa propensione all’innovazione e, in alcuni casi, persino con ingiustificabili e dannose resistenze opposte dagli operatori dell’uscente marketing tradizionale.

Quest’ultimo fenomeno è molto evidente in politica, cartina al tornasole dell’intera società. Si pensi: a fronte della straordinaria affermazione del Movimento 5 Stelle, che ai nuovi media ha affidato in via esclusiva l’intera propaganda della scorsa campagna elettorale, ancora si va sostenendo attraverso dibattiti televisivi ed improbabili analisi sociologiche (commissionate dai media tradizionali) che sì, il social marketing influenza ma “non muove voti”.

Fortunatamente a dare gli ultimi colpi di piccone a demagogia e conservatorismo delle economie aziendali è stata proprio la politica: fatte le dovute proporzioni, un successo paragonabile a quello del M5S oggi può essere raggiunto anche nei mercati, in ogni settore e da qualunque impresa decida di allocare al Web 2.0 sufficienti risorse finanziarie ed umane. Senza dover necessariamente ricorrere al reclutamento di professionisti del calibro di Grillo e Casaleggio, i quali fin d’ora dovremmo tutti imparare a definire – coerentemente con le loro originarie competenze – Social Manager prestati all’agone elettorale.

Passo vincente n. 1: maturare piena consapevolezza delle difficoltà

La prima e forse più impegnativa sfida che un Social Manager si trova ad affrontare in occasione di ogni nuovo incarico è la consapevolezza – interiore prima ancora che esterna – delle potenzialità dei suoi obiettivi. Senza quella piena coscienza risulterà ancora più difficoltoso se non impossibile fronteggiare le immancabili resistenze provenienti dalle stesse aziende.

È strano ma vero: alla figura dell’esperto di network digitali guardano con diffidenza non soltanto i responsabili del marketing di vecchia guardia – umanamente interessati a non condividere tanto i budget quanto il tornaconto professionale. A loro si aggiunge gran parte di tutti i dipendenti, consapevoli che prima o poi il nuovo orientamento digitale li costringerà ad ulteriori impegni. Il che si traduce – soprattutto nelle realtà più strutturate e meno ricche di spirito aziendale – in un indesiderato aumento di lavoro, responsabilità e competenze.

In questo quadro di difficoltà congenite il Social Manager deve muoversi con abilità e diplomazia. Cercando innanzitutto di conquistare la fiducia dei colleghi prima ancora di poter dimostrare il proprio valore ed il comune beneficio derivante dal suo incarico. Quindi dovrà assicurarsi l’indispensabile supporto dei massimi dirigenti, preferibilmente fondato sull’incondizionata fiducia derivante da ottimistiche quanto riscontrabili previsioni del ROI.

Solo così il nuovo responsabile della comunicazione avrà quindi modo di aprire un solido varco tra le diffidenze, tenendole costantemente a bada per impedire che possano ostacolare l’azienda nel processo di ammodernamento.

Mossa n. 2: il Social Manager e la policy aziendale.

Dopo aver coinvolto l’intera impresa nel comune impegno di aprirsi al nuovo mondo, per il Social Manager arriva il momento di trasmettere a colleghi e superiori le regole che disciplinano la realtà digitale.

L’eventualità e le modalità di partecipazione dei dipendenti ai social network, il rigoroso rispetto del “tempo reale” (imprescindibile requisito dei nuovi media di successo), e la sinergia fra tutti i settori della comunicazione aziendale, potranno essere disciplinati attraverso un documento programmatico di facile comprensione chiamato “policy interna”.

Per approntarlo – con la più vasta e proficua partecipazione – il Social Manager dovrà organizzare una riunione allargata ad ogni settore dell’impresa, durante la quale sarà suo compito principale mostrarsi ricettivo rispetto alle esigenze, le aspettative, i suggerimenti e le problematiche di tutti.

Sarà quella l’occasione perfetta per coinvolgere i dipendenti nell’elaborazione di una seconda policy, detta “esterna”, attraverso la quale verrà invece disegnata l’identità digitale dell’azienda. Sarà cioè stabilito in che modo l’impresa dovrà interagire con utenti e clienti, quali messaggi dovrà condividere, quali reazioni potrà considerare auspicabili e quali invece bollerà come indesiderate o addirittura censurabili.

Sia nel primo che nel secondo regolamento il carattere, il temperamento e l’indole dell’azienda dovranno sempre informarsi ai principi della trasparenza, della coerenza, del rispetto reciproco e – valore “laico” troppo spesso trascurato nella redazione delle netiquette – della comune utilità.

Ultima accortezza, n. 3: a chi si rivolge il Social Manager.

Penetrate ed identificate le dinamiche aziendali, assicurato il più diffuso e spontaneo supporto, stabilito un vademecum comportamentale da imporre a sé stesso prima che agli altri, al Social Manager non resta che compiere l’ultimo, fondamentale passo prima di lasciare spazio alle fasi operative: conoscere a fondo il target dell’azienda.

Senza questa premessa sarà ad esempio impossibile progettare, classificare ed integrare i diversi social media meritevoli di presidio, distinguendoli da quelli a cui puntare solo in termini di presenza.

E sarà altrettanto difficoltoso raccogliere ed approntare con efficienza risorse e contenuti coerenti, stabilire altrettanto proficuamente tempistiche e modalità di pubblicazione di aggiornamenti di stato, post e tweet.

Chi è il cliente tipo? Quali sono le sue esigenze, in quale modo possiamo soddisfarle, quali aspettative nutre nei nostri confronti? E poi: quali canali (ed in quali fasce orarie?) sono frequentati più assiduamente da influencer, opinion leader e stakeholders?

Prima che a se stesso, queste domande il Social Manager dovrà rivolgerle a chi ne sa più di lui: al dirigente come alla centralinista, ai commerciali come agli incaricati della logistica. Con buona pace per i responsabili del traditional marketing, la cui esperienza non sarà perciò affatto sminuita ma piuttosto rivalutata con l’avvento del digital marketing.

D’altra parte non è forse la ricerca del più largo consenso, interno ed esterno, uno degli obiettivi primari dei leader di partito? E chi altri è, se non un leader “politico” capace di trascinare e coinvolgere ed ingaggiare gli altri, il Social Manager?


Per altri spunti sull’argomento suggerisco la pagina Web che Wikipedia riserva al Social Media Marketing. Chi invece desidera approfondire il tema direttamente può contattarmi attraverso questo modulo.


Social media: 25 buoni motivi per NON usarli

I social media hanno un fascino irresistibile, ma dopo una lunga esperienza professionale ho capito: non servono a niente.

Per i social media ho sacrificato anni di lavoro, passione e diottrie, e qualche volta ho dovuto trascurare affetti e persino il sonno. Ma ora basta: domani non mi ritroverò un’altra volta vittima dei presenzialisti di Twitter, ricurvo dietro un blog ancora da svezzare, stremato dal confronto con un dirigente dal braccino corto, frustrato dal pubblicare anonimamente i miei aggiornamenti di stato su di una pagina Facebook aziendale che mia non è. Nel modo più determinato e definitivo che posso, dico: ti lascio, Web 2.0!

Certo, non posso affermare che i social media siano stati con me ingenerosi, che non mi abbiano dispensato belle soddisfazioni per ricambiare il devoto impegno. Credete forse che non sia consapevole di quale nostalgia si accompagnerà al ricordo di quelle volte che ho potuto bannare utenti, io privilegiato giudice supremo di comunità digitali, senza per questo provare rimorsi? Pensate che a mia volta non sappia essere riconoscente nei confronti di quei dirigenti che, lasciandosi irretire dalle mie argomentazioni nell’illusione di poter incrementare con i social media lead e conversioni, hanno voluto riempire tanto il mio portafogli quanto il mio orgoglio professionale?

10 anni di social media non fanno un Ernesto

Il perché di una definitiva conversione.

Proprio il maturo equilibrio tra simpatia e sofferenza che oramai nutro nei confronti di Internet, così come il sentirmi serenamente libero di manifestare quegli opposti sentimenti, mi rende umanamente certo di aver fatto la scelta giusta: è arrivato il tempo di cambiare lavoro. E di vuotare il sacco: i social media non portano a nulla, tanto le persone quanto le aziende. Credeteci, se a dirlo è chi fino a ieri si lambiccava per convincere imprenditori e manager della loro utilità e della loro efficacia.

Così è, se vi pare: i colleghi non s’aspettino le mie scuse, perché tanto sapranno bene loro come sottrarre all’attenzione di SERP, pubblica opinione e datori di lavoro quel che sto per dire. Nel congedare questa mia esperienza lavorativa ed esistenziale, in attesa di chissà quale futuro e meno sacrificante impiego, ho deciso di raccogliere qui 25 dettagliate ragioni per tenere lontani i social media.

Sappiate che non ho la pretesa di convincere alcuno, ma piuttosto la modestia di considerare l’elenco tutt’altro che esaustivo. D’altra parte non è sicuramente tutta farina del mio sacco, anzi: colgo l’occasione per ringraziare i responsabili d’azienda con i quali mi sono confrontato in questi ultimi anni, perché sono stati proprio loro a fornire gran parte delle seguenti motivazioni, per la mia e la vostra utilità.

25 motivi per trattare i social media come la peste.

Non date retta ai marketer, tenete lontani dai social media voi e la vostra azienda se vi riconoscente anche solo in parte in queste legittime, sane e condivisibili prospettive.

  1. Il Web 2.0 è ancora immaturo. Aspetto la terza edizione.
  2. Non sono alla ricerca di strumenti promozionali dall’ottimo rapporto tra costi e ricavi.
  3. L’hashtag è una specie di negozio virtuale?
  4. L’agenzia di marketing ha promesso a me e al capo un viaggio a Cuba in cambio degli investimenti in cartellonistica.
  5. Ascoltarmi? La gente deve comprare i miei prodotti, mica sentirmi cantare sui social media!
  6. Ciò che non si tocca non si compra.
  7. Non aprirò account sui social media perché provo un sottile piacere nel dare ai concorrenti un qualche vantaggio in partenza.
  8. Di teoria del passaparola ne parlava mio nonno.
  9. Ma lei mi vede a cinguettare?
  10. I sondaggi li lascio alla politica.
  11. Dicono che Facebook mette a rischio i matrimoni.
  12. Se mi vogliono mi trovano sulle Pagine Gialle. E pure su quelle Bianche.
  13. Io mi sono fatto da solo, senza l’aiuto di nessuno, e non ho amici. Vuole che incominci adesso?
  14. Non ho alcun interesse ad essere rintracciabile sempre e ovunque. C’è la mia segretaria per le piccole faccende.
  15. Mi piace un sacco investire migliaia di Euro su quei media di cui non posso misurare l’efficacia.
  16. Assegno valore inestimabile alla privacy.
  17. Ci manca solo che mi metta a dar retta a ciò che i miei clienti vorrebbero dirmi!
  18. E poi di clienti ne ho già fin troppi.
  19. La gente è invidiosa per natura: già li vedo lì pronti a sparlare di me su Facebook.
  20. Il mio tempo è prezioso, le chat le lasci a mio nipote.
  21. I social media sono una tendenza passeggera.
  22. Preferisco le cose semplici, non complicate come Facebook, Twitter e tutta quella roba 2.0.
  23. Io sono una persona vera: non credo affatto in quei finti network online.
  24. I social media sono pieni di gente che non ha niente di meglio da fare che sprecare il proprio tempo.
  25. Disdegno l’idea di potermi ritrovare al centro dell’attenzione.

Oltre che ai manager di cui sopra, nello stilare questo elenco mi sono liberamente ispirato ad un post di un noto blogger statunitense. Lui però non ha deciso, almeno non ancora, di abbandonare i social media. Qualcuno di voi vuol mettersi in società per aprire un agriturismo?

Google+ supera Twitter: 2° social media nel mondo

Google+ è il secondo social media più frequentato al mondo; al primo posto regna Facebook, Twitter solo quarto dopo Youtube.

Che con Google+ quelli di Mountain View facessero sul serio si era capito fin da subito. Ma che ad un anno e mezzo dal lancio il social media sarebbe persino riuscito a raggiungere il secondo posto fra i network online più frequentati al mondo, superando Youtube e Twitter (rispettivamente terzo e quarto a poche misure di distanza fra loro), forse nessuno ci avrebbe scommesso un soldo.

Scontatamente al primo posto per numero di frequentazioni resta ancora Facebook, da anni in fuga rispetto ai concorrenti: accedono al network ogni mese quasi settecento milioni di “liker”, pari a circa il doppio di Google+ che si attesta a 343 milioni di utenti mensili.

Google+ supera Twitter

La classifica appena riportata – pubblicata da un’agenzia londinese di buon credito e specializzata nel Web – si rifà all’ultimo trimestre del 2012, arco temporale di riferimento per analisi e consuntivi già pubblicati e in via di elaborazione. I dati hanno valore internazionale: il campione rappresenterebbe il 90% dell’intera popolazione mondiale.

In crescita tutti i principali social media.

Ma c’è anche un altro tipo di competizione che interessa i social media: il tasso di crescita. Ed in questa gara è Twitter ad aggiudicarsi il primo posto, con un incremento su base trimestrale del 40% di persone a cui piace cinguettare. I suoi utenti mensili sono 288 milioni, equivalenti al 21% dei naviganti.

Nella speciale classifica Facebook si tiene nel gruppo di testa, con un aumento superiore al 30%. Resta straordinario il numero di utilizzatori: una persona su due, fra quelle che in tutto il Pianeta hanno accesso ad Internet, ha un account sul canale creato da Mark Zuckeberg. A stretto giro segue Google+ con il 25% di incremento e lo “share” del 25%.

Se lievita il consenso anche per Pinterest e Linkedin, numeri negativi si registrano invece nei social media di portata locale, schiacciati dalla concorrenza dei colossi internazionali. Gli utilizzatori dell’uscente Badoo, ed in particolare quelli che tramite Facebook ti chiedono se hai mai desiderato portare a letto una reciproca amica, si ritengano avvisati.

Le ragioni del successo di Google+

I motivi di un’escalation così clamorosa per la piattaforma inventata da BigG sono a mio avviso due. Il primo ha senz’altro a che fare con la crescita geometrica dei possessori di smartphone basati su sistema operativo firmato Google. Volenti o nolenti, prima o poi tutti coloro che usano un dispositivo Android si ritrovano come per magia attivi anche su Google+.

In realtà il discorso vale ugualmente per computer, notebook e tablet, come d’altra parte sostengono anche gli autori della statistica: sul network di Mountain View ci finiscono tutte le persone che abbiano creato un account Google per usare qualunque degli ulteriori servizi offerti: Gmail, Documenti, Drive, Calendar, Maps e altri. È stata dunque anche la sinergia fra le applicazioni di BigG a garantire all’ultimo nato l’esponenziale crescita registrata.

Tra l’altro il possedere un account su Google+ fa bene ai sempre più numerosi autori di blog personali: a detta di molti tecnici della SEO è indispensabile possederne uno per favorire la visibilità sui motori di ricerca, tanto in termini di posizionamento quanto nella possibilità di catturare l’attenzione attraverso i “rich snippet” (per intenderci, quelli che ad esempio al fianco di un risultato mostrano la foto dell’autore del relativo contenuto).

Rendiamo onore al merito.

Twitter cresce notevolmente, e probabilmente riuscirà in futuro anche ad accelerare ulteriormente il passo attraverso i nuovi servizi proposti (Vine, ad esempio). A Google+ può dirsi tutto, ma c’è da scommettere che d’ora in poi nessuno più si permetterà di appellarlo come “città invisibile”: è lì che gongola sul secondo gradino del podio,  facendo bella mostra della medaglia di bronzo appena conquistata.

Però al primo posto, apparentemente inarrivabile, resta Facebook. Che che se da un canto può vantare – come i diretti concorrenti – un alto tasso di crescita, oltre che un elevatissimo numero di frequentatori attivi al mese, dall’altro regna incontrastato nella graduatoria principe: la quantità totale di user. In questo la ricerca statistica che abbiamo appena esaminato parla chiaro: sul network ci bazzicano in totale – seppure non sempre con gran frequenza – circa un miliardo di persone.

In definitiva: da qualunque prospettiva si guardi ai dati, per Google+, Twitter ed altri social media emergenti la strada per impensierire Facebook appare ancora molto, molto lunga. Che dite: mi sbaglio?

Fonte.

Social curriculum e modulo curriculum europeo [infografica]

L’unione tra social curriculum – sempre più ricercato dai cacciatori di teste – e curriculum europeo (Europass), è il segreto per trovare lavoro. Credo.

Se un buon curriculum è l’arma più affilata per trovare un impiego, l’uso combinato di social curriculum e modulo europeo (Europass) costituisce un intero arsenale. Così almeno viene da pensare leggendo una recente e golosa infografica che raccoglie statistiche e sondaggi di autorevoli fonti, come Time e Forbes.

Cos’è il social curriculum? È la raccolta più o meno organica di informazioni integrate in un profilo personale online, come Facebook, Google+ e compagnia bella, destinato a favorire eventuali assunzioni. Tra il 2011 ed il 2012 sembra sia diventato uno gli strumenti più utilizzati dai cacciatori di teste nell’inseguire le prede:

  1. Lo scorso anno il 93% delle aziende e degli head hunter ha fatto ricorso a Linkedin per reclutare dirigenti ed impiegati.
  2. Il 66% dei “recruiter” ha ravanato su Facebook per lo stesso scopo, il 54% su Twitter.
  3. Sempre nel 2012, più di quattro persone su dieci hanno cercato impiego tramite i social media.

Usare assieme social curriculum e modulo curriculum europeo

Modulo curriculum europeo.

Se ora è finalmente più chiaro – perlomeno a me – cos’è il social curriculum, è il momento giusto per parlare di modulo curriculum europeo. Chiamato Europass, altri non è che una specie di codifica approntata dalla UE per guidare i job seeker nella compilazione dell’elenco delle competenze e delle qualifiche professionali, secondo uno schema “omologato” e dunque facilmente comprensibile da qualunque impresa occidentale (se non mondiale). Composto di cinque distinti modelli, di semplice compilazione e comunque supportati da dettagliate guide, è gratuitamente disponibile per il download presso il sito Web ufficiale europa.eu.

Fra i diversi moduli c’è il “Passaporto delle lingue”, che consiste in una sorta di autocertificazione sulla conoscenza dell’inglese, del francese, del tedesco e di altri idiomi stranieri. Il sistema di autovalutazione permette di dichiarare la propria abilità linguistica attraverso tre diverse classificazioni: “comprensione”, “parlato” e “scritto”.

Un metodo simile, solo un pizzico più articolato, viene utilizzato in un altro modello per qualificare il percorso di formazione; ad ogni livello scolastico corrispondono precisi codici, legati tanto al grado quanto all’indirizzo dell’istruzione maturata. Infine c’è lo strumento chiamato “Europass mobilità“, che aiuta nel declinare le competenze eventualmente acquisite all’estero.

Il social curriculum: chi, come e perché.

Se il modulo europeo è oramai lo standard per compilare un curriculum, ed il social curriculum è tra le vie brevi perché le nostre referenze raggiungano i reclutatori, allora è chiaro che di entrambi non si può più fare a meno.  Torniamo quindi all’infografica e lasciamoci guidare dalle sue statistiche e dai suggerimenti, alcuni dei quali in verità solo un pizzico scontati:

  1. In che modo il social curriculum può favorire le candidature per specifici settori lavorativi?
    1. Offre una chiara ed efficace esposizione di competenze ed esperienze.
    2. Favorisce l’accesso a reti professionali.
    3. Permette la pubblicazione di elenchi facilmente ed immediatamente aggiornabili.
    4. Consente di riscontrare la visibilità dei dati attraverso le statistiche sui lead (numero di visite, origini del contatto, etc.).
  2. Quali social media utilizzare?
    1. Linkedin è nato per i professionisti, quindi meglio si presta a trovare lavoro. Tanto più che agevola le aziende nella ricerca di candidati per keyword, settori industriali, gruppi e network.
    2. Tumblr, WordPress ed altri siti come Blogger, consentono la pubblicazione di blog a costo zero dove promuovere il proprio curriculum (social, appunto).
    3. Twitter e Facebook permettono di evidenziare le competenze, di stringere contatti diretti con le imprese, e di attingere immediatamente alle eventuali offerte di lavoro (sempre più spesso pubblicate attraverso i social media).
  3. Qual è il social curriculum preferito dai cacciatori di teste?
    1. Secondo chi ne sa di più, il social curriculum ideale dovrebbe indicare – fra l’elenco di qualifiche e idoneità – anche l’appartenenza ad un’associazione professionale. Nel caso risulti impossibile, pare sia comunque molto ben vista l’esplicita partecipazione ad attività di volontariato (motivo di merito in ogni caso).
    2. È davvero ovvio ciò che invece non deve apparire per nessuna ragione al mondo sui profili di Facebook, Twitter & Co. Ribadirlo, però, male non farà: è d’obbligo tenere lontani errori grammaticali, espressioni volgari, simpatie per droghe ed alcolici, e finanche post di carattere religioso (a meno di volere un posto come guardia svizzera o custode di moschea).

Sei influente? Dimostralo, creativamente!

Se si ritiene di possedere buone doti di authority ed influencing sui social media è assolutamente necessario farne menzione nel curriculum. Come? Ad esempio dichiarando il proprio Klout Score, strumento di valutazione degli account Twitter tanto odiato quanto diffusamente affermato. Se proprio non dovesse piacervi è sempre possibile usare in alternativa Twitalyzer, ma non ci si illuda che goda della stessa considerazione.

Ovviamente essere autori di un blog molto frequentato, e costantemente citato su Pinterest, Digg, Google+ ed altre community online, significa disporre di un biglietto da visita davvero prezioso. I meno fortunati, i cui post vengano puntualmente snobbati dai social media, è bene che almeno si diano da fare su Linkedin, dove un cospicuo numero di “collegamenti”, raccomandazioni ed eventuali endorsement pare valga più di un master alla Harvard University.

Il modo ideale per rappresentare il proprio social curriculum è quello di renderlo accattivante ricorrendo a soluzioni creative ed originali. È il caso, ad esempio, di chi ha affidato ad una divertente infografica l’elenco dei titoli di studio e delle esperienze professionali. O di chi, attraverso un sapiente uso di Photoshop, ha incollato quelle informazioni sulla confezione Tetrapak di un succo di frutta, al posto della lista degli ingredienti e delle componenti organiche. C’è persino chi ha modellato il layout del proprio curriculum sul look di Google Analytics, e l’idea mi piace talmente tanto che penso la farò presto mia.

Aggiornamento: proprio in queste ore un giovane parigino disoccupato ha pubblicato il suo curriculum su di un fake-site di Amazon approntato per l’occasione; l’unico prodotto da inserire nel carrello – con tanto di prezzi e dettagli sulla spedizione – è lui, “ultimo pezzo rimasto”. Non passerà inosservato.

Social media ed Europass aiutano davvero a trovare occupazione?

Anche a rischio di sembrare un po’ choosy, prima di chiudere questo post vorrei chiedervi se conoscete ricchi datori di lavoro alla ricerca di social media manager cui affidarsi ciecamente, che accettino qualunque richiesta di budget senza batter ciglio, e che siano disposti ad eleggervi al contempo project manager, revisori di progetto e analisti del ROI.

In attesa della risposta passerei quindi all’ultimo punto dell’infografica: il social curriculum può davvero favorire la ricerca di impiego? A dar fiducia ai dati forniti direi di sì: lo scorso anno l’89% degli head hunter ha effettuato assunzioni tramite Linkedin almeno una volta, il 25% lo ha fatto attraverso Facebook, il 15% per mezzo di Twitter. C’è da scommettere che gran parte dei candidati vincenti avesse generosamente disseminato lungo gli account social la bella copia del proprio modulo curriculum europeo.

Curiosità: chi di voi ha già pubblicato un social curriculum, magari Europass? E poi: vi è mai capitato davvero di incontrare un dirigente che eroga finanziamenti marketing senza obiettare?

Social Media Marketing: il futuro secondo Nielsen

Il Social Media Marketing cambia in fretta: la ricerca di Nielsen sul 2012 regala straordinari suggerimenti per gli anni che verranno. | SMM

Il rapporto sul Social Media Marketing appena pubblicato da Nielsen è un gran bel regalo di Natale, veramente prezioso: capace in poche pagine di mettere subito in chiaro caratteristiche ed evoluzioni registrate nel 2012, senza tirarsela troppo svela agli operatori tendenze ed opportunità per l’anno prossimo e per quelli a venire.

La ricerca punta sostanzialmente a dare risposta a tre domande:

  1. Cosa guida la crescita dei luoghi di aggregazione online?
  2. Come vengono usati Facebook, Twitter, Google+, Pinterest e compagnia bella?
  3. In quale misura oggi incidono i Social media sul marketing?

Curiosi, eh? Ok, partiamo subito! Ma non senza una precisazione: pur avendo valore globale, l’analisi dell’agenzia statunitense si basa prevalentemente – non esclusivamente – su sondaggi e statistiche elaborate in Nord America nel corso dell’ultimo anno; è giusto saperlo.

Dettaglio infografica Social Media Marketing

Mobile e proliferazione: come cresce il Social Media Marketing.

Il Web (2.0 ed oltre) non è più in fasce: è oramai parte integrante della vita quotidiana. Ed il fenomeno non rallenta, anzi: è in rapidissima crescita. Basti pensare che, in media, il tempo trascorso dalla gente sui network online è passato da 88 a 121 minuti in 12 mesi.

Le persone tendono a passare sempre più tempo al computer? Niente di più falso: per pubblicare tweet e aggiornamenti di stato gli strumenti prediletti dalle nuove generazioni sono tablet e smartphone, che registrano un clamoroso + 82/85%. Pare incredibile, ma lo dice Nielsen (che non è una divinità, però gode di discreta autorevolezza): l’impiego dei PC è sempre meno frequente (- 4% fino allo scorso luglio).

La tecnologia mobile è dunque il volano dei Social media: il marketing dovrà tenerne conto, pena perdere il treno (ad alta velocità, per di più). Ma l’SMM dovrà anche riservare un occhio di riguardo ai nuovi canali social: sono proprio loro che attraggono – è ad esempio il caso di Pinterest – sempre nuove fasce di utenti.

Facciamo un po’ di hit-parade!

Nonostante il vertiginoso trend degli smartphone, desktop e notebook restano ancora (per poco?) le vie di accesso più frequentate (61%); ma per accedere a cosa? Sui PC sono in crescita Twitter, WordPress, Pinterest, Google+ (che, solo per merito della sua giovane età, segna un sonante + 80%), Tumblr e Wikia; scendono invece Facebook e Blogger.

Ma è in mobilità che gli indici positivi sono sorprendenti: + 85/88% per Facebook, + 118 Foursquare e + 134/140% Twitter. Sale persino MySpace, altrove dato oramai per spacciato. In linea con la (fin troppo) diffusa attenzione rivolta a Pinterest, Nielsen sostiene che il neonato network è fra quelli col maggior potenziale: le percentuali sui dati di accesso wireless si misurano con numeri a quattro cifre.

Il trend è favorito dal nuovo bacino d’utenza che Pinterest è riuscito a centrare: le donne.  Rispetto agli uomini le rappresentanti del gentil sesso che pubblicano foto ed infografiche sono almeno il doppio, in alcuni casi persino il triplo. Indipendentemente dallo strumento utilizzato: tablet, computer, telefoni intelligenti e laptop.

Dove, come e perché si usano i nuovi media?

Questa parte del sondaggio è tra le più divertenti: grazie all’agenzia di ricerche statistiche nordamericana ho scoperto di non essere il solo a sfogliare Facebook o a cinguettare su Twitter quando sono in bagno (in età tra i 18 e i 24 anni lo fa almeno una persona su tre). Più si sale con l’anagrafe e più diventa frequente l’utilizzo dei network sul luogo di lavoro.

Arrivano poi altri dati che certamente più di questi interessano chi si occupa di Social Media Marketing. Come ad esempio il perché si resta connessi: la maggior parte della gente, ed in specie le donne, lo fa per coltivare l’opportunità di intrecciare nuove amicizie nella vita reale.

In percentuale decrescente le ragioni che spingono gli utenti a frequentare i social media sono “il tenersi aggiornati”, l’allargare la cerchia di conoscenze, il favorire rapporti di lavoro. Curiosità: soltanto il 6% degli utenti – e tra questi c’è sicuramente qualcuno di mia conoscenza – è disposto ad accettare qualsiasi richiesta di contatto, da chiunque provenga.

La televisione diventa sociale.

Il Social Media Marketing dovrà tenere debitamente conto di altri due trend preminenti. Il primo lo conosciamo tutti, per quanto si faccia fatica a razionalizzarlo: a motivare l’interazione online sono soprattutto i programmi TV. Pensate: un terzo di tutti i tweet è in qualche modo legato ai palinsesti del piccolo schermo.

Non basta: il 38% dei possessori di smartphone, ed il 41% di chi possiede un tablet, frequenta il Web mentre guarda il TG, un film, un documentario o la pubblicità. Tantissimi di loro fanno acquisti (il 45% di chi ha un iPad!), visitano i network, cercano informazioni correlate o accedono ad offerte annunciate in TV.

La seconda considerevole tendenza è il cosiddetto “social care” (alla cui molteplice valenza abbiamo accennato in tema di Facebook aziendale). Ebbene: pare che il 47% degli utenti dei nuovi media faccia ricorso ai servizi di assistenza forniti dalle imprese attraverso i social media (addirittura un giovane su tre preferisce questa soluzione al contatto telefonico).

Il canale più utilizzato per praticare il social care è senz’altro Facebook, tanto attraverso le pagine aziendali tanto quelle personali. Seguono – a molte lunghezze di distanza – i blog istituzionali dei brand, Twitter, Youtube ed i blog non direttamente legati alle imprese.

Più engagement che advertisement.

Se gli amanti del SEA si stavano leccando i baffi è bene che smettano subito: gli utenti dei social media non apprezzano la pubblicità. Peggio: il 33% la considera più sgradita di quella che si incontra comunemente in altri luoghi online. E non è finita!

Sempre a detta di Nielsen, coloro che cliccano “Mi piace” su di un messaggio promozionale non superano il 26%. La percentuale scende ulteriormente con chi condivide gli ADS (15%), mentre le conversioni vere e proprie arrivano in media al 14%.

Se i Like rappresentano dunque l’azione più diffusa in presenza di annunci commerciali, viene confermato un principio già ampiamente condiviso nell’ambiente del Social Media Marketing: engagement e branding sono gli obiettivi maggiormente papabili, e per i quali con maggiore probabilità il ROI sarà positivo.

Facciamo i conti. Con l’era dei consumatori sociali.

Cosa c’è da imparare dai dati forniti dall’azienda statunitense? Diverse cose, a mio avviso. Innanzitutto nessuno più dovrebbe potersi illudere di praticare pubblicità in TV senza rendere conto al Social Media Marketing, senza cioè ricorrere a quel “marketing integrato” che sempre più agenzie adottano come principio guida (un esempio è dato dalla campagna Coca Cola / Skyfall, curata peraltro da una nota agenzia italiana).

Sembra oramai indispensabile prevedere e, meglio, assecondare gli effetti di uno spot in TV: un utente Twitter su tre è lì pronto sul divano di casa a condividere e commentare con i follower (che invece sono al lavoro, a sciare, o seduti sul water) le pubblicità passate sullo schermo. Basta saperlo, e basta quindi conoscere quale straordinaria capacità di amplificazione contraddistingue la categoria del “social consumer” rispetto ad un messaggio promozionale televisivo opportunamente predisposto. Mica noccioline.

Mobile e proliferazione hanno poi dal canto loro altri significativi portati. Vedo ad esempio nel tema della localizzazione uno dei principali riferimenti per i futuri marketer. Ma anche la capacità di porsi criticamente rispetto ai canali social più affermati, per non correre il rischio di sottovalutare nuovi trend ed ulteriori opportunità (ok, ok, di Pinterest se ne parla pure troppo: sono il primo a pensarlo).

Ma gira che ti rigira si torna sempre al passaparola 2.0. Il report che abbiamo appena finito di snocciolare si chiude con una enciclica: il WOM è la chiave, perché sempre più persone si rivolgono ai social media per informarsi su brand, prodotti e servizi, e per decidersi definitivamente all’acquisto.

È vero: la ricerca rivela che un quarto dei consumatori (duepuntozero) considera positivamente un banner correlato al proprio profilo personale, e questa è un’opportunità. Ma è ancora il Word of Mouth la carta vincente di un Social Media Marketing sempre più mobile, dinamico e teledipendente.

Ok, il post è finito. I più pigri possono scaricare qui, senza doversi allontanare, il documento sul Social Media Marketing 2012 di Nielsen. (PDF!!!).

Fonte.

Social media marketing | Skyfall, birra e Coca Cola

Social media marketing – I video virali di Coca Zero ringiovaniscono un James Bond oramai cinquantenne: “Skyfall – Libera lo 007 che c’è in te”.

Mentre a Londra ieri sera si celebrava la prima cinematografica di Skyfall in tutto il mondo era in atto una nuova tappa della campagna di Social media marketing lanciata a settembre da Coca Cola, sponsor del 23° film di James Bond.

L’operazione, prevalentemente caratterizzata da video virali, mi sta piacendo molto: a mio avviso è destinata ad essere ricordata come un chiaro esempio di professionalità ed efficienza. Non di certo per la scontata cura riposta nel realizzare le simpatiche clip, quanto piuttosto per la tempestività (lungimiranza?) con la quale i responsabili del piano marketing sono riusciti a rilevare possibili problemi con l’identificazione del target. Come credo dimostri una recente performance di Daniel Craig, ospite alcuni giorni fa del seguitissimo varietà televisivo statunitense Saturday night live.

A quello show l’attore britannico si è presentato con un’inedita e a tratti imbarazzante veste clownesca ed autoironica, con l’evidente intento di mettere in discussione l’immagine seriosa e mascolina di se stesso e dell’agente 007 impersonato. Vediamo alcune gag, replicate sui canali di Social media marketing coinvolti.

http://youtu.be/SLESmGvigAQ

Perché Craig indossava parrucca e occhialoni da clown?

Quest’anno la spia inglese festeggia il cinquantesimo compleanno, mentre l’attuale interprete di anni ne ha quasi 45: anche se ben portata in entrambi i casi, l’età si vede. Tanto più che nella memoria collettiva dev’essere molto radicata l’immagine degli attori non più giovanissimi ai quali in passato era stata affidata la parte del protagonista: Sean Connery, George Lazenby, Roger Moore, Timothy Dalton e Pierce Brosnan.

Il tempo che scorre non ha forse influenzato il “product placement”, tecnica di marketing che nei film dell’agente segreto si è sempre rivelata una miniera d’oro: in mezzo secolo sul set di James Bond hanno trovato posto i marchi più diversi, come ad esempio quelli di automobili (Aston Martin), armi da fuoco (Beretta), orologi (Omega) e telefoni (Eriksson). Ora però che i liquori (Martini) cedono il posto a bevande meno impegnative, con poco alcol (Heineken, altro grande sponsor di Skyfall) o senza zucchero (Coca Cola Zero), c’è bisogno per tutti di rifarsi il trucco: birra e bibite gassate le bevono i giovani, mica gli anziani.

http://youtu.be/RDiZOnzajNU

La piena consapevolezza che Skyfall potesse non trovarsi pienamente in target con alcuni dei prodotti sponsor dev’essere arrivata a fine estate, proprio grazie al Social media marketing e subito dopo l’esordio della campagna promozionale: su Facebook e Twitter numerosi fan di lungo corso avevano protestato per l’idea di un virile James Bond che da drink ad alta gradazione passa a cocktail di malto, luppolo e bollicine. Salvo poi dover prendere atto che Daniel Craig, protagonista di Skyfall, aveva il potere di svelare in video una nuova identità di Bond: meno ingessata e più disinvolta, spigliata e giovanile. D’altronde la particolare abilità nel trasformismo è tipica delle spie.

Il Social media marketing è il vero agente segreto.

Ragazzi spensierati che corrono agili e si lanciano in ardite e spavalde imprese: questo sì che è un messaggio coerente con bevande a contenuto tasso alcolico, o persino senza calorie. Questo sì che è un James Bond al passo coi tempi e con le esigenze pubblicitarie, capace di innescare sui nuovi media quei preziosi meccanismi virali sui quali gli sponsor hanno investito gran parte delle loro speranze:

  1. Facebook di Coca Zero
  2. Twitter

http://youtu.be/Tl3OKNyZ8t0

In conclusione: tanto per l’esatta identificazione del target, quanto per i successivi ritocchi al look del protagonista di Skyfall, i meriti sembrano tutti potersi accreditare al Social media marketing. Senza di lui la campagna promozionale della Coca Cola (e mettiamoci pure la Heineken) avrebbe potuto rivelarsi molto meno efficace di quanto non sia già. E perfino l’immagine degli 007 inglesi avrebbe rischiato di sbiadirsi, per finire poi all’asta assieme ai cimeli di Bond in vendita da Christie’s. O addirittura in un museo, pur prestigioso, come il MoMA di New York.