Google Trends si fonde con Google Insights

Google Trends e Google Insights accorpati in un unico strumento. Finalmente utilizzabile anche su smartphone grazie ad HTML5.

La notizia è stata diffusa il 27 di settembre, ma solo da alcune ore l’effetto è visibile anche in Italia: Google Trends e Insights sono ora un unico strumento. D’altra parte i dati utilizzati dalle due precedenti varianti erano i medesimi, solo presentati attraverso differenti prospetti.

La novità farà piacere fin da subito a chi spesso frequenta il Web tramite smartphone: i grafici del nuovo Google Trends sono basati su HTML5 e dunque hanno caratteristiche “adattive”. Sono cioè capaci di ridurre automaticamente le dimensioni in funzione della grandezza del display: non sarà più necessario scorrere orizzontalmente o verticalmente per visualizzarli.

Il nuovo Google Trends incorpora Insights

Non tutti i fruitori dei servizi di BigG saranno però contenti. Vediamo perché.

Addio Google Insights: i SEO dovranno adeguarsi a Google Trends.

Le due applicazioni sono sempre state considerate preziosissimi tool dagli addetti ai lavori, da coloro cioè che lavorano sul Web e sulle parole chiave dei motori di ricerca: i SEO (Search engine optimizer). Se è vero che – come recita Google – tutte le preesistenti funzioni sono state fuse e sono dunque salve, è altrettanto vero che la specificità di ciascuno dei due strumenti faceva comodo agli operatori, in circostanze diverse e per differenti esigenze. Non solo.

Numerose software house avevano predisposto le proprie applicazioni sulla struttura di Insights, che consentiva fino all’altro ieri studi più approfonditi. Risultato: ora quei “SEO tools” dovranno essere riprogettati per rispondere alle rinnovate caratteristiche.

Il nuovo Google Trends.

D’altra parte il Google Trends così ristrutturato appare subito completo, dotato di un’interfaccia più gradevole e moderna della precedente, ma soprattutto basata su di una logica d’interazione maggiormente spontanea ed immediata.

La prima schermata è del tutto simile a quella tipica del motore di ricerca di Mountain View: si inserisce la keyword desiderata (o il gruppo di keyword) e si preme invio. Di qui si viene dirottati nella pagina dei risultati, dove campeggia sulla parte superiore il titolo riassuntivo dell’analisi; ad esempio: “Interesse in Google Ricerca Web: [parole chiave]. Tutto il mondo, 2004 – Presente“.

Appena più in basso è riportato il grafico delle variazioni. Scorrendo ulteriormente la pagina si evidenziano i riquadri dell’interesse regionale (nazione o città) e dei termini correlati (distinti in “più cercati” e “in crescita”). I dati possono essere incorporati come iframe in una pagina Internet esterna grazie all’apposito pulsante.

Un menù completamente rivisto.

Sulla sinistra, in linea con la struttura estetica e funzionale di tutti gli altri servizi Google, campeggia il nuovo menu. Diverse le voci:

  1. Esplora le tendenze – Cliccando sulla voce si viene portati alla “home” di Google Trends, resettando i termini di ricerca utilizzati in precedenza.
  2. Ricerche più frequenti – L’opzione fornisce gli esiti del cosiddetto “Hot Search”, ovvero l’indice delle key più praticate nelle ultime ore. Per il momento il servizio è limitato a Stati Uniti, India, Giappone e Singapore.
  3. Termini di ricerca – È possibile prendere in esame fino a cinque diverse parole chiave, i cui risultati sul grafico vengono rappresentati da linee di differente colore.
  4. Altri confronti– L’opzione consente di scegliere tra
    1. termini di ricerca
    2. località
    3. intervalli di tempo.
  5. Limita a – L’ultimo menu consente di circoscrivere l’analisi secondo 4 differenti criteri:
    1. Google ricerca Web / Immagini / News / Product Search
    2. Tutto il mondo / per nazione
    3. Data
    4. Categorie (ad esempio community, arti, Internet, acquisti, etc.).

Ad un primo esame Google Trends appare profondamente trasformato, limitatamente però alla logica d’interazione. Tutto sommato a me piace così, ma mi riservo di esprimere un giudizio definitivo su interfaccia e funzionalità dopo alcuni giorni di utilizzo.

Brand engagement su Facebook: le interviste

È possibile fare brand engagement attraverso Facebook in molti modi. Tra le soluzioni più efficaci c’è l’intervista in tempo reale.

Il termine engagement risulta simpatico agli esperti di marketing: viene spesso usato con accezioni diverse in differenti contesti. Su Facebook si contano almeno due alternative: brand e fan engagement.

Brand e fan engagement su Facebook

Entrambi i significati fanno al nostro caso; ci serviranno per mettere in rilievo l’importanza che a mio avviso riveste lo strumento “intervista” per migliorare sentiment e notorietà di brand e azienda e per incrementare la partecipazione dei fan.

Fan engagement

L’ingaggio dei liker in un aggiornamento di stato su di una pagina o un profilo Facebook può facilmente spiegarsi con il termine “coinvolgimento“. Il grado di partecipazione si misura attraverso due semplici parametri: la quantità di commenti ed il numero di “Mi piace”.

Secondo i guru dei social media esistono numerose strade per far sì che un aggiornamento di stato – indipendentemente dal contenuto – appaia interessante, appassionante e quindi coinvolgente. Ne elenco solo alcuni:

  1. Utilizzare immagini efficaci (foto divertenti, spettacolari, dal forte appeal – senza esagerare, come in questo post)
  2. Indire sondaggi
  3. Dispensare inediti suggerimenti (e trucchi!)
  4. Chiedere feedback e fare co-creazione (invitando gli utenti a suggerire funzioni e caratteristiche da implementare in prodotti e servizi)

All’elenco si aggiunge un’alternativa che ho personalmente sperimentato con grande soddisfazione come responsabile dei social media di una nota multinazionale: l’intervista di opinion leader ed influencer. L’operazione è impegnativa ma proporzionalmente efficace: la stessa presenza sulla pagina di un noto personaggio del settore è di forte richiamo, tanto più se i fan godono dell’opportunità di interagire con lui formulando domande dirette.

Brand engagement su Facebook

L’intervista ha altri benefici effetti. Ad esempio garantisce visibilità della pagina sul profilo dell’intervistato (come in quello dei suoi follower) e spesso anche sul suo blog, dove l’evento di consueto viene annunciato e/o successivamente commentato.

Siamo dunque arrivati al secondo concetto anticipato in premessa: il brand engagement. I dizionari marketing – e Wikipedia in primis – definiscono l’espressione con “il processo con il quale si crea un legame tra marchio e cliente“.

Conversare pubblicamente con interlocutori di chiara fama consente di acquisire credito (e trasmetterlo, per reciproca utilità); i teen-ager userebbero l’efficace metafora del “guadagnare punti”, ed i politici si esprimerebbero in termini di “allargamento del consenso ed incremento dei voti”.

Con Facebook i vantaggi e le opportunità si moltiplicano: non soltanto si acquisiscono autorevolezza e credibilità, ma al contempo si conquista piena visibilità nei canali in-target, la si estende in ambiti off-target virtualmente illimitati, e conseguentemente si favoriscono nuovi “Mi piace”. Peraltro altamente motivati.

In definitiva il confronto diretto, l’interazione con personalità note attraverso i social media è uno dei metodi più proficui per praticare fan e brand engagement. Nel lavorare su ciascun singolo aggiornamento di stato, con l’obiettivo di aumentare e qualificare la partecipazione, più in generale si estende l’audience e si migliora profondamente la Web reputation. Dati alla mano, secondo le mie esperienze.

Politica Facebook: come guadagnare voti. Veri.

Politica Facebook? La campagna elettorale si vince su Internet, parola di Grillo e Nichi Vendola.

Vi siete mai chiesti quanto vale l’accoppiata politica / Facebook in termini di voti? Io me lo domando da un po’: incuriosito dal successo di partiti emergenti alle passate amministrative, vorrei riuscire a stimare le potenzialità del binomio in vista delle prossime consultazioni.

Siccome mi piace vincere facile ho cercato su Google come in libreria possibili risposte all’interrogativo, ma senza fortuna: purtroppo il tema è generalmente trascurato da sociologi e tecnici, forse a causa dello scarso interesse coltivato dalla classe dirigente. Che “per copione” è conservatrice e dunque poco incline alla pratica dei new media.

Per scoprire il risultato dell’equazione consenso elettorale / numero (e qualità) dei fan bisogna dunque rimboccarsi le maniche. Iniziamo col prendere in esame le “pagine” dei principali rappresentanti dell’arte di governo. Ne vedremo delle belle.

Il benchmark dei leader politici sul canale social

Umorismo per Facebook e fan

Nello studiare i profili FB dei preminenti parlamentari (attuali e futuri) ho appuntato alcuni dati:

  1. Partito di appartenenza.
  2. Numero di fan.
  3. Possibilità per i liker di postare messaggi (non solo commenti).
  4. Caratteristiche della foto in intestazione.

L’opportunità concessa ai fan di pubblicare aggiornamenti di stato sulla pagina Facebook (punto 3) è un prezioso indicatore delle risorse investite sul canale (più che della spiccata vocazione al diritto di parola): nessuno potrebbe mostrarsi così liberale senza aver prima affidato ad un collaboratore l’imprescindibile attività di moderazione. La voce numero 4 si presta invece come strumento per decifrare il tipo di approccio alla comunicazione, che per futura utilità ho classificato in: aggressivo, moderato, conciliante.

Ecco la tabella riassuntiva, in ordine di “preferenze online”:

Politico Partito Liker
Beppe Grillo Movimento 5 stelle 943.478
Nichi Vendola SEL 524.336
Silvio Berlusconi PDL 446.905
Antonio Di Pietro Italia dei valori 269.976
Angelino Alfano PDL 92.748
Pierluigi Bersani PD 79.207
Pier Ferdinando Casini UDC 23.164
Roberto Maroni Lega Nord 9210

La campagna politica su Facebook fa guadagnare consenso

Confrontando il prospetto sintetico con gli esiti delle elezioni di maggio 2012 emerge un dato tendenziale sbalorditivo: i profili politici con il maggior numero di fan sono proprio quelli che nella recente tornata sono stati – direttamente o indirettamente – premiati dalle urne.

Scettici e guastafeste potrebbero imputare alla tesi un grossolano errore: l’aver scambiato la causa con l’effetto. Ovvero: maggiore è il peso politico del personaggio e del corrispondente partito, superiore è il seguito registrato su Internet. Non è certamente così, come dimostra lo stesso prospetto utilizzato in precedenza: gli amministratori dal consolidato potere (Bersani, Alfano, Casini) occupano la coda della classifica; gli emergenti sono ai vertici. Fa eccezione Berlusconi, che fino a ieri non trascurava neanche uno dei mass-megafoni disponibili (più avanti vedremo quanto la situazione oggi sia cambiata).

Commentiamo punto per punto la tabella.

  1. Beppe Grillo, col suo Movimento 5 stelle, è stato da più parti riconosciuto come il vero protagonista della scorsa competizione elettorale. Pur sulla base di presupposti che nulla hanno a che vedere con i social media, il partito è riuscito a conquistare la carica di sindaco a Parma, spiazzando gli oppositori.
    1. Il profilo di Grillo non consente i “Post di altri”, peculiarità che non mi aspettavo di incontrare: la moderazione sembra appena accennata, tant’è che nei commenti il dissenso è presente in buona percentuale. Suppongo che il leader “digitale” ed i suoi consiglieri abbiano considerato inopportuno o forse troppo impegnativo concedere eccessiva libertà d’espressione in assenza di un puntuale monitoraggio.
    2. L’intestazione è caratterizzata da un’immagine “neutra”, riportante il marchio del movimento. Ma il logo vede Beppe Grillo sfogliare un libro intitolato “Siamo in guerra”. Più aggressivi di così si muore.
  2. Nichi Vendola, alla ribalta in queste settimane per la legittima aspirazione di partecipare alle primarie che dovranno celebrare la guida del prossimo centro-sinistra, da diversi anni vede crescere il consenso che fino ad oggi gli ha garantito la carica di Governatore alla Regione Puglia. Per quanti non l’abbiano ancora notato, su Facebook ha da poco sorpassato l’ex Presidente del Consiglio  per numero di fan. Mica noccioline.
    1. Chiunque può pubblicare aggiornamenti di stato, a condizione ovviamente che abbia in precedenza cliccato su “Mi piace”. La moderazione c’è e si vede, anche nei commenti.
    2. Per Vendola il messaggio trasmesso dall’impostazione grafica è “moderato-aggressivo”.
  3. In terza posizione troviamo Silvio Berlusconi. Il piazzamento è conseguenza di un ventennio di amministrazione quasi incontrastata, e di un discreto utilizzo del Web marketing per promuovere partito e leader. Ma la recente uscita di scena – conseguente alla caduta del Governo – si fa sentire anche sul profilo Facebook: ad ogni post si accodano numerosi commenti negativi – comunque in minoranza – tant’è che alcuni utenti invocano l’intervento di un moderatore. Interessante notare come la trascuratezza della pagina coincida con la vertiginosa caduta di consensi svelata dai sondaggi.
    1. Lascio che siate voi ad indovinare: gli utenti possono pubblicare aggiornamenti di stato nella casa virtuale di Berlusconi?
    2. Le foto presenti hanno tutte natura “conciliante”.
  4. Antonio Di Pietro è notoriamente molto attivo sul Web. Quarto classificato, nonostante il cospicuo bacino di sostenitori online non sembra riuscire a portare sempre a segno gli obiettivi di “conversione” politica. Nelle recenti amministrative il numero dei voti è calato.
    1. Di Pietro consente la pubblicazione di aggiornamenti di stato ai propri fan.
    2. Immagine di copertina e logo nel complesso lasciano percepire una forma di comunicazione moderata-aggressiva.
  5. Angelino Alfano è l’attuale leader del PDL. La sua attività politica Facebook non è premiata: si piazza solo quinto, dietro un’IDV che non può certo competere per elettorato. Se le scarse performance possono essere in parte addebitate all’imperante figura del fondatore di partito, che per le preferenze è come una spugna, di certo fanno il paio con il sensibile calo registrato nell’ultimo suffragio.
    1. L’interazione sul profilo è limitata ai commenti.
    2. Il messaggio “grafico” è totalmente conciliante.
  6. Pierluigi Bersani è la guida del primo partito italiano di oggi (a detta dei rilevamenti). La sua pagina raccoglie appena ottantamila fan, e non è aperta ai contributi dei liker. Alle amministrative non è andata come l’autore di simpatici aforismi forse si augurava.
  7. Rispetto a PD e Bersani è forse più proporzionato il bacino d’utenza di Pier Ferdinando Casini rispetto al numero dei simpatizzanti dell’Unione di Centro. Ma di certo non è all’altezza di un personaggio di fama. E anche qui c’è da fare i conti con i risultati delle amministrative di maggio, dove l’UDC non ha brillato.
  8. Fanalino di coda, Roberto Maroni e la Lega Nord pagano lo scotto degli scandali che hanno coinvolto il leader carismatico e la sua famiglia, Bossi. Ma la ridottissima visibilità sui social network è forse anche conseguenza dell’eterna difficoltà di dotare le aspirazioni indipendentiste di un’identificazione sovraregionale; l’ambito è forse troppo ristretto per farsi strada nei nuovi media. Fatta eccezione per la netta affermazione in un collegio, a maggio la Lega non ha saputo bissare i successi di qualche hanno fa.

La politica virtuale non è necessariamente anche reale

Non abbiamo considerato Matteo Renzi che, giovanissimo e fino all’altro ieri sconosciuto alla Nazione, su Facebook ha la bellezza di 150.000 fan. Ma quanto detto fino a questo momento è più che sufficiente per sostenere un assioma: la politica Facebook paga, e fa guadagnare voti.

Per ottenere risultati soddisfacenti non è necessario dedicarsi alla rete virtuale anima e corpo, come fa Di Pietro. Ma, come per l’ex PM, è bene confrontarsi quotidianamente e direttamente con i simpatizzanti. Così da cogliere sentimenti collettivi, tradurli in strategie ed atti parlamentari, celebrando una legittima volontà di rappresentanza.

Non è neanche detto che sia opportuno persino fondersi con il Web, e farne l’unico strumento di comunicazione. Mi riferisco a Beppe Grillo ed al suo movimento. L’ex comico ha dalla sua una profonda conoscenza del mezzo e possiede oramai un’identità digitale dall’inarrivabile carisma. Ma ad un attento esame dei contenuti e delle discussioni che popolano blog e pagina Facebook a cinque stelle si percepisce che il principale collante tra simpatizzanti, attivisti e leader è costituito dal desiderio di rappresentare malcontento ed insoddisfazione. E da un imperante quanto potenzialmente infruttuoso sentimento di antipolitica (leggete i commenti a questo post se vi preme verificare).

La considerazione mi è servita per introdurre l’ultimo argomento di questo post: la qualità o, se preferite un’espressione più pertinente al Web marketing, la conversione dei lead. Tra i meriti di Grillo c’è l’essere riuscito a sfruttare una delle molle delle community online – la dinamica dell’aggressività – per conquistare notorietà. Ma non è per nulla scontato che questa si traduca proporzionalmente in effettivo consenso elettorale e concrete capacità amministrative, come d’altra parte sembrano voler dimostrare i malumori interni manifestati di recente. In altre parole: si può efficacemente promuovere attraverso il Web un grande movimento, però non si può pretendere di gestirlo come fosse una chat-pizza o un techno camp. Di questo i rappresentanti locali alle prese con l’organizzazione dei collegi elettorali si stanno rendendo conto, e si è reso conto il sindaco di Parma che ha faticato non poco per la convocazione del primo consiglio comunale.

Ancor più che l’eccitazione tecnologica ed il tifo calcistico, la politica applicata al Web genera ambienti di passione. Dove chiunque è esposto a distrazioni e rischia di perdere di vista gli obiettivi. Come dire: la politica Facebook ha potenzialità straordinarie, a patto che il Social media manager non perda di vista il fine ultimo del processo di conversione: conquistare il governo e praticarlo. Fuori dal Web.

Foto divertenti e siti che fanno divertire

Foto divertenti: forse non c’è niente di meglio per riconquistare il buon umore al PC. Ma quali sono i siti più divertenti?

Mi capita periodicamente di mettermi alla ricerca di foto divertenti o siti che siano comunque capaci di farmi sorridere (meglio ancora ridere, perché non si può sempre pensare di SEO e Web marketing!). Ma se davvero desidero riconquistare il buon umore finisco sempre per riferirmi a due capisaldi della risata: 9gag.com e spinoza.it.

Il secondo in verità non fa per niente uso di immagini, ma la sua satira secca e pungente è spassosissima, talvolta amara. Alcuni esempi recenti (lo stavo leggendo proprio ora):

Ritrovati numerosi cadaveri ammanettati. Assad sta diventando un tantino paranoico“.

I minatori del Sulcis incontreranno Bersani. Basterà scavare un altro po’”.

Breivik passerà 21 anni in una cella dotata di computer. Da noi ci vuole un concorso pubblico“.

Ok, ma ora passiamo alle foto divertenti.

Ben più leggero e dilettevole è il (frequentatissimo) blog statunitense che ho citato per primo. Il suo segreto sta nel consentire agli utenti di pubblicare immagini e video auto prodotti o scovati chissà dove. I post più meritevoli (ovvero quelli che ricevono il maggior numero di “like”) finiscono in prima pagina per il piacere (immediato) dei lettori. Ho detto “immediato” non a caso: nonostante la home page del sito sia stracolma di foto, molte davvero divertenti, il tempo di caricamento è particolarmente contenuto.

Posto qui alcune gag che ho trovato oggi (un click per aprire).

Un commento per ciascuna immagine, secondo l’ordine (da sinistra a destra):

  1. – Cani che guardano il cibo mangiato da altri.
  2. – Utilizzo tipo del tubetto di dentifricio.
  3. – La creatività con un ventilatore a soffitto.
  4. – “Sometimes it’s obvious who farted!”
  5. – Il cavallo Alien.
  6. – Parodia dell’iPhone.
  7. – Pavimento imperfetto.
  8. – Il giorno che legalizzeranno la…
  9. – Finestra non trovata. Peraltro postata sul mio account personale di Facebook.

Avrei voluto postare alcune foto divertenti in più, ma il dovere mi chiama. Fatemi sapere se conoscete siti ancora più divertenti.

Pagina Facebook aziendale | Il social network per l’azienda | SEO

Pagina Facebook aziendale: tra i Social network forse il più potente ed efficace strumento di marketing per l’azienda.

[P.s.: spero torni utile la guida sulla pagina Facebook aziendale in formato PDF (circa 200 kb)]

Pagina Facebook aziendale | Quando la multinazionale (omissis) mi chiese di guidare i suoi social network italiani, Twitter e Facebook, accettai l’incarico con entusiasmo pari al timore. Questo perché i canali erano già stati creati da circa un anno e le cose non andavano per il verso giusto: in maggioranza si leggevano commenti negativi, che lasciavano percepire un sentiment incoerente con l’effettiva brand reputation (per la cui gestione Web ho successivamente ricevuto ulteriore incarichi).

Ho fatto questa premessa più che altro per allertare le imprese medio/piccole: creare pagine Facebook aziendali senza un progetto può portare a risultati insoddisfacenti, se non addirittura controproducenti. Bisogna avere bene in mente obiettivi e modalità, ed aver maturato consapevolezza di premesse e condizioni per poi procedere alla compilazione di un un business plan.

Strumenti per progettare una pagina Facebook aziendale.

Come creare e gestire una pagina Facebook aziendale

Per approntare un piano strategico finalizzato all’esordio sui social network e alla creazione della pagina Facebook aziendale è necessario uno strumento ad hoc. Il project management che io preferisco, e che utilizzo per le “cose importanti”, è Prince2; mi è stato consigliato tempo fa da un caro amico e collega. Non è certamente dei più semplici ed immediati, ma consente una visione d’insieme efficace e produttiva di qualunque tipo di attività strutturata. Ad esempio non è indicato per allestire un party, per quanto affollato possa essere, ma lo vedrei bene utilizzato in uno sposalizio in grande stile (chi l’ha organizzato sa bene quanto possa risultare impegnativo).

L’adozione di un tool per la pianificazione comporta vantaggi fondamentali: permette di definire con certosina precisione l’obiettivo della pagina Facebook aziendale, calendarizzare il time scale e prevedere le variabili principali. Come ad esempio output, outcome, dis-benefit, rischi e soprattutto costi e benefici. In questo modo risultano favorite tanto le eventuali revisioni in corso d’opera quanto la misurazione parziale o complessiva del ROI. Cosa potrebbe chiedere di più un dirigente d’azienda che si approccia ai social network con diffidenza, e che non è ancora in grado di apprezzare gli investimenti finanziari nelle attività di inbound marketing?

Chi e in che modo dovrà creare e curare la pagina Facebook aziendale?

Ci si può anche inventare social media manager, e se si possiede talento è possibile riscuotere successo anche senza esperienza. Ma alle imprese, per quanto è dato sapere, non piace rischiare. Ecco perché è bene identificare con cura un professionista che almeno fornisca i giusti indirizzi.

In un mondo perfetto lo staff dovrebbe essere costituito dalle seguenti figure, i cui compiti tuttavia potrebbero anche essere accollati ad un’unica persona:

  1. Project manager – Dovrà elaborare il progetto, verificarne l’esatta esecuzione, vagliare i report, ed eventualmente istruire il personale (direzione, vendita e MKTG). È bene rivolgersi ad un professionista.
  2. Responsabile della pagina Facebook aziendale – Cura il piano editoriale, redige i contenuti ed i report. Nella selezione dell’incaricato sarà bene dare più credito ai risultati dimostrabili che non ai titoli, viste le peculiarità dell’approccio digitale al social marketing. Marco Massarotto – autore per Apogeo dell’eccellente “Social Network – costruire e comunicare identità in Rete” – vede questa come una figura a metà tra un giornalista, un blogger ed un informatico.
  3. Coordinatore – Nel caso in cui i ruoli descritti in precedenza non siano affidati al personale sarà necessario che azienda committente e incaricati abbiano una figura di riferimento che garantisca la comunicazione in tempo reale. L’ideale è un impiegato interno – preferibilmente specializzato in marketing – che abbia particolare dimestichezza con i social network, ed al quale sia stata trasmessa la piena consapevolezza dell’importanza del progetto.
  4. Community manager – È colui che pratica la moderazione e alimenta la partecipazione con modalità reattive e proattive. Secondo la mia esperienza torna molto utile che sia egli stesso ad occuparsi della pubblicazione dei contenuti. In collaborazione con il responsabile della pagina sarà chiamato ad occuparsi di crisis management.
  5. Tecnici – Esterni o interni, sono coloro che curano il design della pagina, le personalizzazioni e le applicazioni, e producono elementi grafici come foto e video. Compiti come questi possono essere di volta in volta delegati ad agenzie, sotto la supervisione di chi guida la pagina Facebook.

Prepararsi alla nuova avventura.

La pagina Facebook aziendale sta per essere creata e pubblicata, sulla base delle responsabilità individuate e del piano marketing approntato. Ma prima di compiere il grande passo dovremo farne ancora qualcuno piccolo.

  1. Analisi delle dinamiche aziendali – Le persone a cui saranno affidate le responsabilità del progetto ed il suo autore devono conoscere profondamente la ditta committente. Fondamentale è la piena acquisizione della “vision” che guida l’impresa.
  2. Identificazione dell’identità digitale – Come si esprimerà l’azienda sui social network? Darà del “tu” agli interlocutori? Farà uso di emoticon? Per definire la “personalità” che l’impresa mostrerà su Facebook torna utile studiare il comportamento della concorrenza diretta e confrontare in un brainstorming i profili caratteriali che – preferibilmente – più persone avranno immaginato.
  3. Istruire l’azienda – Una volta entrati sul Web (ed aperta la pagina Facebook aziendale) l’impresa sarà aperta al mondo: chiunque potrà guardare dentro. Attraverso i tratti dei contenuti pubblicati, i tempi ed i modi delle azioni e delle reazioni, gli utenti riusciranno a percepire senza sforzo l’ambiente interno alla ditta. Per far sì che stanze e corridoi appaiano ordinati, puliti ed ospitali è bene che tutti i dipendenti vengano istruiti sulle dinamiche dei social network. Tornerà anche utile stabilire se gli stessi potranno o meno prendere parte pubblicamente alla community online, ed in caso positivo sarà indispensabile definire una policy comportamentale. Ma la cosa più importante sarà far comprendere a tutti che la comunicazione immediata è la chiave di volta del successo.
  4. Netiquette – Di fondamentale importanza è il regolamento al quale dovranno attenersi liker e amministratori della pagina Facebook aziendale. Dunque sarà bene fare propria una certezza ed abbandonare l’ideale di una Rete capace di autoregolamentazione e democrazia reale: senza un preciso elenco di comportamenti accettati e non tollerati c’è rischio di “anarchia”. La netiquette dovrà essere sintetica, chiara, e soprattutto tanto condivisibile da poter essere spontaneamente condivisa.
  5. Piano dei contenuti – Gli incaricati dovranno stilare una “linea editoriale” e programmare tempistiche e modalità di pubblicazione.
  6. Web awareness e benchmarking – Quando i dirigenti chiederanno conto dell’operato e vorranno misurare il ROI sarà necessario possedere termini di confronto. Dunque prima di partire si dovrà misurare la reputazione online, il sentiment, la popularity, il grado di influenza e quant’altro rientra tra gli obiettivi del business plan.

Opportunità, obiettivi e strategie della pagina Facebook aziendale.

Una pagina Facebook aziendale priva di precise connotazioni e finalità non ha ragion d’essere. Vediamo dunque cosa è possibile ottenere tramite il social network e come ottenerlo.

  1. Brand awareness – La conoscenza del marchio potrà essere incrementata a precise condizioni. In particolare è necessario: programmare la pubblicazione di contenuti di qualità (ad esempio approfondimenti, anteprime ed esclusive riservate ai fan); mirare all’engagement dei Web influencer; utilizzare strumenti promozionali interni e, possibilmente, esterni; garantire la piena sinergia fra tutti i canali di comunicazione esistenti. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante: a cosa serve una pagina Facebook aziendale se del lancio di un nuovo prodotto gli utenti vengono a conoscenza attraverso i blog specialistici, ai quali i PR avranno in precedenza inviato i relativi comunicati stampa?
  2. Brand reputation – Più la pagina sarà capace di proporsi come punto di riferimento per i clienti più sarà possibile gestire direttamente la reputazione online, piuttosto che affidarla a siti Internet e forum indipendenti.
  3. Presentazione prodotti – Quale vetrina migliore per evidenziare le caratteristiche di spicco della più recente linea prêt-à-porter?
  4. Promozioni e vendite – Sì, su Facebook è possibile e proficuo lanciare campagne di sconti, stimolare acquisti collettivi e persino approntare un negozio virtuale.
  5. Copertura eventi – Una conferenza stampa, la partecipazione ad una fiera, l’allestimento di uno stand riescono meglio se c’è qualcuno online che faccia da cassa di risonanza.
  6. Sondaggi e co-creazione – Confrontarsi direttamente con il pubblico comporta lo straordinario vantaggio di praticare engagement a costo zero.
  7. Customer care – Difficilmente Facebook può sostituirsi al servizio clienti, ma di certo può rappresentare la golosa opportunità di fornire un primo aiuto, anche grazie alla collaborazione degli utenti più esperti. Ciò favorisce la positiva percezione di brand e prodotto, impedendo che buzz e WOM siano liberi di scorazzare incontrollati su community esterne. L’occasione è buona anche per ottenere obiettivi riscontri (ed eventualmente agire di conseguenza) sull’operato del service che gestisce il customer care.
  8. Co-marketing – Per una startup mostrarsi pubblicamente in compagnia di una multinazionale affermata – come se fosse in atto una joint venture o almeno una partnership – è una chimera. A meno di trovarsi sul Web e possedere social network ben strutturati. E questo vale per un’impresa giovane come per un personaggio politico neo eletto o un attore emergente.
  9. Web monitoring – La pagina Facebook aziendale è una cartina tornasole, uno specchio della considerazione che marchio e prodotti riscuotono su Internet. Se la ditta non ha chi pratichi il monitoraggio a 360 gradi questa è un’opportunità da non sottovalutare.
  10. Feedback – Nessuno più dei liker può spiegarci meglio cosa funziona e cosa invece non va in un prodotto. Mettiamoci in posizione di ascolto: ci servirà in futuro per evitare gli stessi o simili errori, e praticare oggi stesso (ove possibile) migliorie.

Considerazioni e suggerimenti finali.

Il social networking è una materia tanto complessa e articolata che risulta – ovviamente – impossibile trattarla in un singolo contenuto. Forse non sarebbe sufficiente un corposo manuale. Ma siccome l’obiettivo di questo post è fornire un prospetto di base chiaro all’azienda che vuol aprire una pagina Facebook, ho lasciato da parte lo spazio conclusivo dove appuntare riflessioni sparse.

Innanzitutto la sincerità. Intendo dire che l’identità digitale dell’impresa deve necessariamente risultare trasparente e schietta se desidera conquistare l’imprescindibile fiducia dei fan. Non è indispensabile essere completamente “veri”, ma almeno bisogna mostrarsi “falsi – veri” (in merito la Disney ha qualcosa da insegnare). L’importante è in ogni caso evitare il terribile binomio “vero – falso” o, peggio, “falso – falso”.

La community è di tutti. E questo i frequentatori dovranno percepirlo immediatamente, così che possano sentirsi come a casa ed essere motivati a tornarci. Alla regola dovranno informarsi sia le attività di moderazione sia i contenuti programmati e quelli occasionali.

Il seeding è legittimo? Sì, se persino tumblr.com – hanno recentemente confessato i suoi creatori – l’ha utilizzato all’esordio del sistema di blogging. L’importante è andarci piano, con i piedi di piombo.

Fare pubblicità. Se rappresenta una ditta giovane e sconosciuta difficilmente la pagina sarà in grado di attirare liker spontaneamente. È dunque opportuno ricorrere inizialmente a strumenti promozionali interni a Facebook (engagement ads) ed esterni, inbound ed outbound. Quando una piccola base di fan sarà stata creata può risultare efficace ed economico l’endorsement.

Presidio o presenza? I suggerimenti fin qui elencati si rivolgono prevalentemente a coloro che vedano nei social network una piattaforma di promozione prioritaria. Ritengo però che possano tornare utili – se opportunamente filtrati – anche laddove il dirigente abbia disposto la creazione di spazi con il solo scopo di presenziare le reti sociali.

Ok, credo sia davvero tutto. È comunque a disposizione il sistema dei commenti per chi desideri approfondire questi ed altri argomenti. Buona pagina Facebook aziendale a tutti!

P.p.s. Dimenticavo le FAQ di Facebook per le aziende.

WOM, il bello del passaparola 2.0

WOM – letteralmente “passaparola” – nel marketing rappresenta lo scambio di pareri e consigli tra consumatori. L’acronimo sta per Word of mouth.

Non c’è nulla che condizioni le scelte d’acquisto più del WOM. E a dirlo non sono io ma tutte le recenti analisi di mercato che studiano le attitudini dei consumatori, indipendentemente che il bene di consumo sia un prodotto o un servizio.

Word of mouthPer farla semplice: la maggior parte delle persone decide di comprare qualcosa solo dopo aver ascoltato i pareri dei suoi “simili” attraverso i social media, ed in specie blog, Facebook, Twitter, Google+ e community online. Se in casa c’è bisogno di un nuovo televisore chi dovrà sostenere la spesa consulterà recensioni online e video review su diversi modelli e marchi, per poi confrontarsi con gli amici social, “lurkare” nei forum, raccogliere e sintetizzare le opinioni più recenti diffuse sul Web.

Questa prassi – torna utile ribadire il concetto – determina il passo finale più di quanto siano in grado di fare gli spot televisivi, i cartelloni pubblicitari in strada, le raccomandazioni del dirimpettaio. Potremmo chiamarlo il passaparola 2.0, al quale tanto rispetto dovrebbero le aziende di questo millennio.

Qual è la differenza tra WOM e Buzz?

Il Word of mouth risponde ad una domanda imperativa: “cosa compro”? Il “brusio” invece può essere legato a questo come anche a mille altri interrogativi, ed è generalmente originato da un evento: l’introduzione di un nuovo prodotto, il lancio di un inedito servizio, l’arrivo sul mercato di una startup. Il Buzz può quindi assimilarsi al concetto di “rumore” generato da una notizia, se per un attimo vogliamo sganciarci dal contesto marketing.

Un chiaro esempio della differenza tra i due termini ci viene offerto dal recentissimo lancio dell’iPhone 5. In tanti lamentano l’assenza di concrete innovazioni rispetto al precedente modello; la maggioranza sembra non apprezzare le specifiche tecniche e le funzioni introdotte, forse perché da Apple ci si aspetta sempre qualcosa in più. Eppure c’è da scommettere che molti fra gli scontenti si diranno comunque favorevoli all’acquisto del fiammante Melafonino, quando a fine mese sarà sugli scaffali italiani.

Il bello del WOM!

In un manuale di tecnica ci vedrei bene un’espressione del genere: la pagina Internet destinata alla conversione sta al SEM come il Word of mouth sta al Web marketing. No?

Detta in soldoni siamo di fronte al vero, principale, ineludibile ostacolo che separa un marketer dal suo obiettivo di e-commerce. Se la gente consiglia l’acquisto bene, altrimenti sarà il caso trovarsi un nuovo e più fortunato cliente.

Apparentemente è la scarsa consapevolezza dell’equazione pareri/vendite che ancora impedisce all’inbound MKTG – unico generatore di WOM – di affermarsi definitivamente nelle stanze direzionali delle imprese. Fatte salve naturalmente altre ragioni che però esulano dal contesto più strettamente professionale e tecnico.

Al proposito ricordo di un manager che – nell’approdare dalla precedente azienda ad una startup concorrente – mi ha chiesto una mano amichevole per organizzare subito una conferenza stampa riservata ai blogger in target (portatori sani di Word of mouth epidemico, spesso inconsapevoli). Se quell’incontro non si fosse tenuto probabilmente nessuno discuterebbe dei nuovi prodotti affidati al neo dirigente, mentre prima ancora dell’effettivo arrivo sul mercato c’è già una buona schiera di utenti online pronti a consigliarne l’acquisto.

Del rapido diffondersi della buona reputazione quell’amico manager è consapevole? E quanto merito accredita al passaparola 2.0 per i primi ordinativi che è già riuscito a piazzare a distributori e grandi catene commerciali? In verità non lo so, perché da tempo non lo sento al telefono. Di certo so soltanto che questo WOM è proprio fico.

Facebook e Twitter: esempi di crisis management.

Su Facebook e Twitter il crisis management richiede tempismo e web credibility. La mia esperienza con Facebook e Twitter di Omissis.

Se un’azienda ha già una propria identità Web prima o poi si dovrà confrontare con il crisis management su Facebook e Twitter. Se l’azienda non ha ancora creato il suo alter ego digitale è opportuno che lo faccia in fretta.

Vale a dire che – come le persone – le imprese sono soggette per natura a crisi di reputazione. Non vi racconto l’ultima figuraccia che ho fatto ieri al bar, ma riporto invece l’esempio – fresco fresco – che riguarda il servizio hosting del gigante statunitense Godaddy (un partner Google, per intenderci): l’altro ieri il server principale e quelli dove poggiano milioni di siti nel mondo sono rimasti offline per diverse ore a causa di un serio inconveniente tecnico. L’azienda – che per quanto affermatissima non gode di buona reputazione sotto il profilo etico – ha commesso un errore sostanziale sul suo account Twitter. Tant’è che il giorno dopo si è vista costretta a lanciare un post sul blog istituzionale per scusarsi e promettere un “presente” ai clienti vittime dei disagi. In quel post, però, si è reso necessario sospendere i commenti perché – a causa dell’inefficace crisis management – a pochi istanti dalla pubblicazione si era alzata un’invalicabile montagna di pesanti improperi.

Un esempio di crisis management su Facebook e Twitter

Cos’ha combinato la multinazionale su Twitter? Si è limitata ad incassare, postando soltanto 7 tweet nell’arco di 5 ore (altro che “tempo reale”) a fronte di migliaia e migliaia di citazioni inviperite. Non basta! Nonostante le pressanti richieste di conoscere l’ETA (Estimated time of arrival, cioè il tempo stimato per risolvere il problema) l’interlocutore non forniva indicazioni ma dispensava generiche parole di conforto: “We are still working”, “We are still working”, “We are still working and your data are safe”, e via di copia e incolla).

Il crisis management Twitter per “Omissis”.

In situazioni in qualche modo paragonabili a quella di Godaddy mi ci sono trovato qualche mese fa con Omissis (8.000 follower) e Facebook (110.000 fan). L’azienda aveva promesso tempo prima un aggiornamento di sistema importante per il più rappresentativo dei suoi smartphone, Omissis, ma nel testare l’update si era accorta che il dispositivo mal lo digeriva. E così, candidamente, l’internazionale decise di comunicare agli utenti che il nuovo rilascio non ci sarebbe più stato. Apriti cielo!

Nel giro di qualche istante gli account Omissis social di tutto il mondo sono finiti all’inferno: la massa di contestazioni (è un eufemismo quello appena usato) era talmente grande e frenetica che pareva impossibile porre rimedio. Naturalmente non era così.

Sintetizzo estremamente le mosse del crisis management che ho praticato in due fasi.

Fase 1.

  1. L’azienda si è immediatamente (tempo reale) detta dispiaciuta per l’inconveniente, e pienamente consapevole dei disagi conseguenti.
  2. Ha preliminarmente stipulato un patto ad hoc con gli utenti: qualunque tweet e qualsiasi commento avrebbe ottenuto risposta, a condizione che fosse libero da aggressioni ed invettive. Si è così reso possibile il confronto ed il dialogo. E sono state giustificate le inevitabili attività di moderazione, rendendole legittime e perciò condivisibili (e quasi sempre condivise): chiunque ha il diritto di protestare, anche con estrema determinazione, ma senza offendere e senza impedire la discussione.
  3. Omissis ha quindi chiaramente denunciato la causa del problema: limiti tecnici che con l’aggiornamento avrebbero causato un’esperienza d’uso insoddisfacente.
  4. Nel rispondere a *tutti* i messaggi si è gradualmente spinto il flusso della conversazione verso la questione tecnica, allontanandosi da quella (terribile) più propriamente “morale”. Dal giudizio di valore si è passati a quello di merito, demotivando chi alle conversazioni avrebbe preso parte esclusivamente per pulsioni emotive.
  5. Si sono stimolati e coinvolti i presenti opinion leader – molto competenti sotto il profilo tecnico ed altrettanto amabili sotto quello umano – per analizzare a fondo la questione, così da catalizzare sui loro influenti pareri (appunto “tecnici”) l’attenzione dei follower e procedere quindi nella “razionalizzazione” del confronto.
  6. Ci si è posti in posizione di totale, sincero e credibile ascolto.
  7. Ci si è impegnati a comunicare agli organi internazionali rimostranze, suggerimenti e proposte.

In poche ore il crisis management si è rivelato efficace ed ha consentito la “gestione” diretta della brand reputation, impedendo che la stessa cadesse – totalmente indifesa – nelle mani di forum ed altre community online. Non è finita, ora viene il meglio (in senso ironico!).

– Fase 2.

Omissis il giorno dopo torna sui suoi passi: si impegna al rilascio di una versione “alleggerita” dell’aggiornamento promesso, così da dribblare i limiti hardware. Ma una notizia tanto positiva avrebbe potuto rivelarsi funesta, e procurare ulteriore danno per l’immagine del brand: troppo facile per gli utenti più emotivamente coinvolti dare ragione a chi – nelle fasi iniziali – denunciava biechi interessi commerciali dietro il mancato rilascio e tacciava l’impresa di aver mentito sulla questione dei “motivi tecnici”.

Ho proceduto in questo modo per scongiurare l’eventualità, che d’altra parte sarebbe stata davvero ingrata:

  1. Omissis ha immediatamente ed ampiamente sottolineato i dettagli tecnici della soluzione, concentrando il dialogo prevalentemente su questo aspetto, e premiando la lungimiranza e la capacità di analisi degli opinion leader coinvolti.
  2. Sempre immediatamente ha ringraziato tutti gli utenti per essersi fatti “ascoltare” il giorno precedente, e non semplicemente “sentire” a suon di improperi ed invettive.
  3. Si è complimentata con gli stessi utenti, peraltro davvero meritevoli, per l’efficacia della durissima ma costruttiva critica che – puntualmente trasmessa agli organi internazionali da Omissis – era stata appunto accolta e ripagata.

Ho vissuto altre occasioni per praticare, su Twitter e Facebook, il crisis management. Magari però ne parleremo in diverse occasioni.

Godaddy hackerato: milioni di siti giù!

Godaddy – tra i più grandi provider e domain registrar al mondo – è crollato. Un hacker rivendica l’attacco. E intanto milioni di siti Web sono inaccessibili.

La notizia ha dell’incredibile: Godaddy.com – forse il più grande registrar e Internet provider al mondo – è inaccessibile da diverse ore (dalle 19.00 in Italia). E l’aspetto ancor più clamoroso della vicenda è che – nonostante il lungo tempo di inattività – i tecnici non sembrano riuscire a porre rimedio. L’unico sforzo premiato è stato quello di pubblicare una “splash page”. Che vi mostro.

Godaddy.com vittima di un hacker: milioni di siti down!

Godaddy è un Web service provider a 360 gradi: la sua storia quasi coincide con quella di Internet, tanto da essere diventato oramai un punto di riferimento negli Stati Uniti e nel mondo. Pensate: anche questo sito è stato registrato con gli strumenti offerti dal colosso nordamericano.

Da stasera quegli strumenti sono inutilizzabili. Ma quel che è peggio è che ad essere giù sono tutti i siti ospitati su quei server; milioni e milioni di siti. Due i grandi portali anglofoni che stanno riportando la cronaca minuto per minuto: CbsNews e Zdnet. In particolare Zdnet avanza l’ipotesi che il provider sia stato vittima di un attacco hacker del gruppo Anonymous.

I responsabili della comunicazione dello storico sito sono in fibrillazione: si cerca di fornire informazioni in tempo reale per tramite di Facebook e Twitter, dove però la pazienza dei clienti è ormai allo stremo. Mentre lo scorrere del tempo va ingigantendo le proporzioni dell’incidente.

Terribile l’articolo appena pubblicato da Forbes: 5 ragioni per lasciare Godaddy e come farlo. L’autrice definisce intollerabile il disservizio per un service provider di quelle proporzioni, e suggerisce diverse alternative presso le quali trasferire i siti Web.

Quando e se sarà possibile trasferirli, aggiungo: in questo momento è l’una di notte, e Godaddy è ancora giù.