Consulenza SEO [gratuita]

La consulenza SEO è utile per i siti nuovi o non ottimizzati. Per chi ne abbia bisogno mi offro (gratuitamente) come consulente SEO.

Il consulente SEO è un mestiere impegnativo, al quale difficilmente si possono affiancare altre attività professionali. A meno che – naturalmente – la consulenza non rientri nell’attività di Search engine marketing, che presuppone un grado di competenza più ampio e meno specifico.

Chi ha bisogno di consultarsi con uno specialista nel posizionamento sui motori di ricerca? Chiunque possieda o gestisca una pagina o un sito Internet che necessiti di buona visibilità: un e-store, il profilo di un personaggio pubblico, un movimento o un partito politico, un blogger che ambisce a notorietà e ad un minimo di guadagno.

A chi rientri in queste o altre categorie ho deciso di offrire gratuitamente – da oggi ma non necessariamente per sempre – un’analisi del grado di ottimizzazione e i consigli più urgenti per migliorarla. Insomma: a favore di chi non possieda le sufficienti risorse finanziarie, o di chi semplicemente desideri un orientamento iniziale, mi piacerebbe fare consulenza SEO (for free!).

Il tuo consulente SEO gratis

Quanto costa normalmente una consulenza SEO?

Di mestiere non faccio il Search engine optimizer: dunque se mi chiedete qual è la parcella di uno specialista posso rispondere solo con ipotesi. Da quel che mi è dato intuire lo specifico mercato ha una domanda sempre più frequente (i clienti), alla quale si contrappone un’offerta altrettanto ricca (i SEO).

Nel settore professionale si va dagli operatori “emergenti”, che si accontentano di compensi ragionevoli (anche inferiori a 100 Euro), a quelli di fama acclarata. In quest’ultimo caso le tariffe oscillano sensibilmente: da 200/250 si può arrivare a migliaia di Euro, laddove il contratto preveda attività che esulano dalla semplice consulenza (redazione di contenuti copywriting, interventi sul codice PHP / HTML / CSS, campagne di link building, SMO o anche l’intera realizzazione di un project plan strategico).

Generalmente (non necessariamente) i costi lievitano quando ci si rivolge a Web agency, non fosse altro perché il consulente SEO è spesso una figura esterna: ai suoi compensi vanno aggiunti i (legittimi, ma talvolta salati) diritti di agenzia. Al contrario ci sono anche freelance che legano la propria remunerazione ai risultati: secondo me accordi di questo genere tendono a squalificare la categoria, e raramente portano sostanziali benefici. Apprezzo invece chi avanzi richieste economiche correlate a determinati KPI.

C’è infine chi fa da sé (talvolta anche facendo per tre): in questo caso possono tornare utili tool come quelli offerti da noti portali come SEOmoz, o da Google stessa (Adwords, il nuovo Trends e Analytics).

Come contattarmi?

Per propormi un sito Web da analizzare e per il quale suggerire un piano di Search engine optimization potete usare il modulo presente qui.

Vi prego fin d’ora di fornirmi le seguenti informazioni:

  1. Qual è l’indirizzo del vostro sito?
  2. Quando avete acquistato il nome di dominio?
  3. Che tipo di CMS utilizzate (WordPress, Joomla, etc.)?
  4. Avete già installato plugin destinati all’ottimizzazione?
  5. Qual è il numero medio di visite (uniche) giornaliere?
  6. Avete già fatto link building?
  7. Qual è la vostra misura di scarpe?

Siccome di solito sono costretto al computer per molte ore al giorno dovreste poter contare su di una risposta tempestiva. Sarà ancora più rapida se vorrete indicare – nell’oggetto del modulo di contatto – la seguente dicitura: “Consulenza SEO [gratis]”. Vi aspetto.

Social media marketing | Skyfall, birra e Coca Cola

Social media marketing – I video virali di Coca Zero ringiovaniscono un James Bond oramai cinquantenne: “Skyfall – Libera lo 007 che c’è in te”.

Mentre a Londra ieri sera si celebrava la prima cinematografica di Skyfall in tutto il mondo era in atto una nuova tappa della campagna di Social media marketing lanciata a settembre da Coca Cola, sponsor del 23° film di James Bond.

L’operazione, prevalentemente caratterizzata da video virali, mi sta piacendo molto: a mio avviso è destinata ad essere ricordata come un chiaro esempio di professionalità ed efficienza. Non di certo per la scontata cura riposta nel realizzare le simpatiche clip, quanto piuttosto per la tempestività (lungimiranza?) con la quale i responsabili del piano marketing sono riusciti a rilevare possibili problemi con l’identificazione del target. Come credo dimostri una recente performance di Daniel Craig, ospite alcuni giorni fa del seguitissimo varietà televisivo statunitense Saturday night live.

A quello show l’attore britannico si è presentato con un’inedita e a tratti imbarazzante veste clownesca ed autoironica, con l’evidente intento di mettere in discussione l’immagine seriosa e mascolina di se stesso e dell’agente 007 impersonato. Vediamo alcune gag, replicate sui canali di Social media marketing coinvolti.

http://youtu.be/SLESmGvigAQ

Perché Craig indossava parrucca e occhialoni da clown?

Quest’anno la spia inglese festeggia il cinquantesimo compleanno, mentre l’attuale interprete di anni ne ha quasi 45: anche se ben portata in entrambi i casi, l’età si vede. Tanto più che nella memoria collettiva dev’essere molto radicata l’immagine degli attori non più giovanissimi ai quali in passato era stata affidata la parte del protagonista: Sean Connery, George Lazenby, Roger Moore, Timothy Dalton e Pierce Brosnan.

Il tempo che scorre non ha forse influenzato il “product placement”, tecnica di marketing che nei film dell’agente segreto si è sempre rivelata una miniera d’oro: in mezzo secolo sul set di James Bond hanno trovato posto i marchi più diversi, come ad esempio quelli di automobili (Aston Martin), armi da fuoco (Beretta), orologi (Omega) e telefoni (Eriksson). Ora però che i liquori (Martini) cedono il posto a bevande meno impegnative, con poco alcol (Heineken, altro grande sponsor di Skyfall) o senza zucchero (Coca Cola Zero), c’è bisogno per tutti di rifarsi il trucco: birra e bibite gassate le bevono i giovani, mica gli anziani.

http://youtu.be/RDiZOnzajNU

La piena consapevolezza che Skyfall potesse non trovarsi pienamente in target con alcuni dei prodotti sponsor dev’essere arrivata a fine estate, proprio grazie al Social media marketing e subito dopo l’esordio della campagna promozionale: su Facebook e Twitter numerosi fan di lungo corso avevano protestato per l’idea di un virile James Bond che da drink ad alta gradazione passa a cocktail di malto, luppolo e bollicine. Salvo poi dover prendere atto che Daniel Craig, protagonista di Skyfall, aveva il potere di svelare in video una nuova identità di Bond: meno ingessata e più disinvolta, spigliata e giovanile. D’altronde la particolare abilità nel trasformismo è tipica delle spie.

Il Social media marketing è il vero agente segreto.

Ragazzi spensierati che corrono agili e si lanciano in ardite e spavalde imprese: questo sì che è un messaggio coerente con bevande a contenuto tasso alcolico, o persino senza calorie. Questo sì che è un James Bond al passo coi tempi e con le esigenze pubblicitarie, capace di innescare sui nuovi media quei preziosi meccanismi virali sui quali gli sponsor hanno investito gran parte delle loro speranze:

  1. Facebook di Coca Zero
  2. Twitter

http://youtu.be/Tl3OKNyZ8t0

In conclusione: tanto per l’esatta identificazione del target, quanto per i successivi ritocchi al look del protagonista di Skyfall, i meriti sembrano tutti potersi accreditare al Social media marketing. Senza di lui la campagna promozionale della Coca Cola (e mettiamoci pure la Heineken) avrebbe potuto rivelarsi molto meno efficace di quanto non sia già. E perfino l’immagine degli 007 inglesi avrebbe rischiato di sbiadirsi, per finire poi all’asta assieme ai cimeli di Bond in vendita da Christie’s. O addirittura in un museo, pur prestigioso, come il MoMA di New York.

Social media marketing: il freno del malcostume

Il Social media marketing può entrare in conflitto con “equilibri di potere” interni alle aziende? Il caso della politica.

Come fanno il Social media marketing, la politica ed il malcostume, a trovare spazio nello stesso post? Potrei cavarmela sostenendo che, pur differenti, i tre argomenti sono tutti di forte attualità: la politica riaffiora grazie alla nuova campagna elettorale, sempre più praticata attraverso Facebook e Twitter; il malcostume – a vent’anni da “mani pulite” – torna padrone delle cronache (politiche); finalmente (in Parlamento) si riprende a discutere di “Agenda digitale”, oggi addirittura considerata primaria opportunità di riscatto per l’intera economia italiana.

In realtà l’obiettivo di questo post – tenuto nel cassetto per diverso tempo – è affrontare assieme i diversi temi per indagare sui freni alla definitiva affermazione del digital marketing in un Paese, come il nostro, dove un terzo della popolazione frequenta Facebook. E per scoprire se – come mi auguro non sia – dentro i grandi numeri che ancora caratterizzano il tradizionale mercato pubblicitario nazionale si nascondano ulteriori impedimenti e antagonismi.

Naturalmente per raggiungere il fine cercherò di mettere in gioco argomenti solidi, obiettivamente riscontrabili. Come ad esempio lo stato attuale del Social media marketing nel mondo delle nostre imprese, secondo il parere del più illustre opinionista che un marketer potrebbe interpellare.

Le aziende amano i nuovi strumenti di comunicazione

Da una statistica, condotta per conto di Google su di un vasto campione di ditte europee, lo scorso maggio emergeva un dato sorprendente: l’83% dei dirigenti italiani utilizza i social media per esigenze professionali. E molti senior manager li considerano perfino indispensabili, perché capaci di generare innovazione, semplificare i contatti, favorire la produttività e ridurre il carico di lavoro.

Per contro il grado di “apertura” al pubblico delle aziende italiane attraverso canali come Google+, Facebook e Twitter non è altrettanto entusiasmante, anche se per fortuna il trend resta positivo. Al riguardo gli autori ed i committenti delle numerose ricerche di mercato sono ottimisti e concordano: il bicchiere è mezzo pieno.

Come nel caso dell’analisi pubblicata a metà marzo dalla IULM, la Libera Università di Lingue e Comunicazione (autrice dell’infografica riportata in basso).

Infografica che illustra i progressi del Social media marketing in Italia

Il Social media marketing sempre più praticato dalle aziende

Secondo la ricerca della IULM nel 2011 il 50% delle aziende ha aperto un blog o ha attivato almeno un account su Facebook, Youtube, Flicker e Linkedin. C’è da scommettere che ad oggi la percentuale si discosti ancora di più dai brutti dati registrati nel 2010, quando soltanto il 32% del campione intervistato dichiarava di far ricorso al Social media marketing.

Lo stesso sondaggio, come sottolineano gli autori, rivela però due aspetti poco entusiasmanti:

  1. l’adozione dei moderni mezzi di comunicazione aumenta solo tra le piccole aziende, dove si passa in un solo anno da 10 a 43 punti percentuali. Davvero modesto il progresso registrato invece nelle grandi imprese: appena lo 0,6%.
  2. L’effettivo utilizzo dei social media, caratterizzato da reale impegno in termini di risorse umane e finanziarie, è bassissimo: soltanto l’1,16% degli amministratori pratica il Social media marketing in modo continuativo, strategico, strutturato.

Il direttore scientifico del master addirittura afferma: “i risultati ottenuti testimoniano anche come essi (i “social”, ndr) siano ancora molto spesso gestiti in maniera un po’ improvvisata e poco consapevole delle logiche comunicative e dei linguaggi propri di ciascuno di tali canali.

I conti non tornano

Ma come è possibile – ci si potrebbe chiedere – che i manager dei brand più affermati utilizzino per lavoro le piattaforme Web di comunicazione, la messaggistica istantanea di Skype o Google+ e le reti private di Linkedin, per poi mostrarsi timidi e timorosi quando c’è da dotare l’impresa di pubblici strumenti sociali? Perché per metà dei casi si mostrano rinunciatari di fronte alle riconosciute opportunità di ottimizzare le dinamiche aziendali, migliorare brand awareness e reputation, gestire buzz e WOM, e perfino cogliere nuove opportunità di business attraverso l’analisi concorrenziale, i sondaggi e la verifica della brand equity che i feedback degli utenti consentono?

Per le piccole attività imprenditoriali l’atteggiamento appare in qualche modo giustificabile: il dirigente può chiedere ad amici e parenti di aprire la pagina Facebook della ditta, ma difficilmente potrà ricorrere ad un Social media manager per poi gestirla professionalmente. Per le grandi e medie imprese la spesa sarebbe invece pienamente sostenibile, soprattutto a fronte dei notevoli risparmi generati dalla concomitante sospensione di omologhe prassi di outbound e traditional marketing.

Dunque i conti non tornano. A meno di guardare più a fondo proprio in quelle dinamiche aziendali che si vorrebbero – per il bene dell’intera economia italiana – più snelle, versatili, innovatrici e fonti di nuovi sbocchi occupazionali.

I freni dell’evoluzione

Possiamo prendere atto: secondo l’illustre parere di Google è da sfatarsi l’ipotesi che ad ostacolare i social media presso le grandi aziende sia la diffidenza culturale dei dirigenti di “vecchia generazione”. Anzi: i senior manager ne apprezzano apertamente l’efficacia più di chiunque altro.

Possiamo inoltre dare per scontata la convenienza economica dell’inbound marketing rispetto a quello tradizionale, tanto più che ad esso sempre più di frequente ricorrono le piccole imprese, costituzionalmente sensibili al rapporto qualità/prezzo ed impossibilitate a praticare i “vecchi” canali pubblicitari, come televisioni, radio, riviste (l’outbound MKTG, per intenderci).

Dunque: visto che le aziende, soprattutto le più importanti, apprezzano Web e Social media marketing come fattivi ed economici strumenti di promozione, perché non ne fanno ricorso in massa?

Non ho testimonianza diretta dell’eventuale presenza, nelle grosse imprese, di fenomeni di malcostume. Ritengo però moderatamente affidabile la teoria secondo la quale la politica è lo specchio della società, o viceversa. Almeno in quegli ambienti dove circola molto danaro.

Nelle multinazionali il volume degli investimenti pubblicitari in spot e display advertising è ancora gigantesco, rispetto ad una barcollante economia di mercato: perché considerare illegittimo il sospetto che non sia soltanto la dedizione al marchio a motivare, anche solo in rari casi, le scelte di chi gestisce quei budget?

E ancora: perché – nella diffusa consapevolezza dell’efficacia del Web – il 50% dei dirigenti che usa per se stesso i nuovi media non vede invece di buon occhio un diverso, più attento, diversificato, innovativo e redditizio utilizzo delle risorse finanziarie destinate al marketing?

Una precisazione, per concludere: in tutte le mie occasioni professionali non ho mai avuto ragione di dubitare della buona fede dei miei interlocutori. Ma è pur vero che fino ad oggi ho incontrato solo realtà moderne e costituzionalmente rivolte all’innovazione. Mi chiedo quindi se la felice esperienza potrà replicarsi anche quando dovesse capitarmi di gestire il Social media marketing di aziende meno dinamiche. O persino, per restare in tema con la politica, “burocratizzate”.

 

Posizionamento | 30 consigli per vincere

Il posizionamento è un imperativo per i SEO, l’aspirazione di ogni blogger. Ecco 30 suggerimenti per ottenere subito una posizione soddisfacente.

Il posizionamento per una precisa keyword “corta” era il principale, appassionato scopo che lo scorso settembre mi ha spinto ad aprire questo blog: desideravo far apparire in cima alla SERP più ambita l’espressione “SEO perfetto”. Dopo venti giorni l’obiettivo – che fortuna! – era raggiunto.

Confesso di essermi impegnato non poco, nonostante si trattasse di un divertissement. Partivo però avvantaggiato dalla mia esperienza e grazie ai suggerimenti generosamente dispensati dagli specialisti attraverso Web e manuali (digitali e cartacei).

L’elenco di cose da fare e da non fare che riporto a seguire non è dunque esclusiva farina del mio sacco; si tratta piuttosto di una raccolta per nulla organica di accortezze, tattiche e strategie che – a corredo degli specifici argomenti già trattati – sono destinate appunto a favorire il posizionamento.

Da dove partire

Queste le prime mosse per prepararsi alla sfida. Per alcuni dei temi che coincidono con i seguenti paragrafi sono disponibili ulteriori approfondimenti.

  1. Identificare con precisione la keyword preminente
    1. Il blog che ci accingiamo a lanciare ruoterà attorno ad un preciso argomento, si suppone: è bene scovare la parola chiave (o il gruppo di termini) che meglio di altre sintetizzi l’oggetto dei futuri contenuti. Per questo possono tornare molto utili Adwords, Google Trend ed il simpatico Übersuggest.
  2. Acquistare il dominio
    1. Non sarà facile trovare libero il nome da assegnare al nostro sito. Ma in caso di sfortuna con impegno ed un pizzico di fantasia, ed il supporto degli strumenti indicati all’accapo precedente, riusciremo certamente ad individuare valide alternative. Sarà comunque bene evitare l’uso di trattini, della lettera “X” e di espressioni ambigue, privilegiando sempre titoli brevi. Non tutti concordano, ma io ne sono convinto: comprare il nome di dominio per almeno 3 anni porterà notevole beneficio. L’estensione: .com è da preferirsi, ma vanno bene anche .net, .info., .org e .it. In ultimo, ed un istante prima di mettere mano alla carta di credito, male non farà verificare che la nostra scelta non fosse stata già fatta da qualcun altro negli anni passati (black list).
  3. Affidarsi ad un buon servizio di hosting
    1. Performance ed affidabilità (in rapporto al prezzo, naturalmente) saranno i criteri di selezione principali. Se possibile, per evitare la condivisione dello spazio Web con “scomodi” vicini, propenderemo per un IP dedicato.
  4. Impostare il sito
    1. WordPress è probabilmente il CMS meglio predisposto al posizionamento. Per lui scaricheremo un tema leggero, veloce, privo di fronzoli e con un codice semplice e conciso. In fase di allestimento avremo cura di chiedere ai motori di non venire a farci visita, attraverso l’apposita funzione presente nel menu impostazioni / privacy. Non dimentichiamo di applicare il codice di monitoraggio di Google e di installare pochi ma buoni plugin: uno per l’ottimizzazione, l’altro per produrre la sitemap (su WOM!SEO ne abbiamo parlato in più occasioni).
  5. Pubblicare il blog
    1. Al momento di lanciarsi sul Web sarà necessario avere in home almeno 2/3 post che richiamino la parola chiave precedentemente scelta. Per evitare il rischio di “esagerare” con le key (stuffing) possiamo verificarne la densità attraverso uno dei numerosi tool disponibili online. All’inizio sarà saggio tenersi bassi, al di sotto del 2% in home page ma, ovviamente, al di sopra di altre keyword concorrenti presenti sul sito (la percentuale potrà salire al 5% circa in ciascun contenuto). Subito dopo provvederemo a segnalare il nostro piccolo pezzo d’arte a Google, Bing e Yahoo, fornendo anche la mappa XML.

Altri 20 tip per il posizionamento.

  1. Tenete lontani come la rabbia i network di centomila siti che promettono, a volte persino gratis (ma in cambio della vostra email), immediato posizionamento.
  2. Cercate di usare con rigore i tag H1 (uno solo per pagina), H2 (just one, fino a 6/7 in home page) e H3 (per separare gli articoli in più paragrafi ad ogni 200/400 parole).
  3. Confrontatevi con la concorrenza e fate un po’ di “reverse engineering” per scoprire ad esempio dove gli altri siti (che sono già riusciti a posizionarsi) hanno fatto link building.
  4. Non perdetevi d’animo: per riuscire negli sforzi sarà necessario del tempo (si guardi in giro cosa si dice a proposito di “sandbox”).
  5. Nello scrivere un post osservate le SERP dove vorreste piazzarlo: vi servirà a scegliere un titolo originale (come i vostri contenuti).
  6. Costruite backlink gradualmente, un po’ al giorno, alternando (ove possibile) sorgenti di alta e media qualità.
  7. Non fate puntare i link al vostro sito sempre con le key preminenti, ma fate in modo che tra loro ci sia vicinanza.
  8. MAI scopiazzare testi, che siano lunghi o semplici frasi. Se da contenuti altrui volete trarre ispirazione leggeteli con attenzione e date il tempo ai concetti di posarsi: vi servirà ad usare il vostro stile, originale.
  9. Create account dedicati presso Twitter, Facebook, Google+, Linkedin e (se in tema) Pinterest, dove potrete segnalare i nuovi articoli.
  10. Diventate buoni consiglieri su Yahoo answers.
  11. Inserite le keyword possibilmente all’inizio di titolo, sottotitolo (H2) e meta tag description.
  12. Fatevi amici persone / blogger nel settore di competenza, e non soltanto sui social network. Una citazione genuina vale più di mille “procurate”.
  13. Non abbiate timore di inserire link esterni; usatene uno o due per ogni contenuto verso fonti autorevoli.
  14. Per quanto possibile rendete inappuntabile il codice HTML e CSS (W3C).
  15. Compilate i tag “title” e “alt” per ciascuna immagine (e link). Occhio però che eventuali keyword vanno a sommarsi a quelle presenti nel testo.
  16. Fate a meno (per quanto il vostro senso estetico concederà) di Javascript, Flash, Java, etc.
  17. Riducete all’osso le dimensioni delle immagini, anche a costo di rimpicciolirle molto. In home non più di 5/6 kb, il doppio in un singolo post.
  18. Nel caso in cui gli obiettivi siano commerciali affidatevi ad un SEO con fiducia, se avrete avuto modo di verificarne l’esperienza in posizionamento.
  19. Usate il grassetto ed il “corsivo” per enfatizzare le keyword, però fate attenzione: gli attributi aumentano il “peso” in relazione alla densità.
  20. Se ci riuscite ottenete un backlink da un’istituzione o da una categoria professionale o altro ente che i motori possano considerare autorevole.
  21. Cercate di coinvolgere blogger ed altri influencer del settore di vostro interesse sul vostro sito, magari con un’intervista o un post “ospite”.
  22. Non abbiate timore di rendervi “rintracciabili” tramite forum e community online. Magari apponendo un backlink nella firma.

Per concludere.

Quando sentiremo che il posizionamento è alla nostra portata sarà il momento giusto per riflettere, analizzare, ottimizzare.

  1. Esaminiamo il comportamento dei visitatori durante l’ultima settimana.
    1. Le prime citazioni da parte dei motori di ricerca sono preziosissime: forniscono spunti per valutare ciò che nel nostro sito funziona e ciò che invece andrebbe migliorato.
  2. Concentriamoci sugli indicatori essenziali.
    1. Nello studiare i dati forniti da Google Analytics avremo un occhio di riguardo per tre dati: le pagine di accesso e quelle di uscita, il bounce rate, il tempo di permanenza sul sito. Con queste ed altre informazioni potremo riuscire ad indossare i panni dei lettori, per poter guardare al nostro operato con la giusta prospettiva.

Il posizionamento sui motori di ricercaUn ultimo suggerimento – il trentesimo per la precisione – lo dedico al “metodo”. Non c’è nulla di più utile nel lavoro di un SEO – per passione o per necessità – di un “diario”. Annotiamo ogni mossa compiuta, ogni minima modifica apportata al blog, qualunque attività svolta per incrementarne la reperibilità. Confrontando date ed attività con i grafici degli strumenti di analisi avremo sempre ben chiaro quanto si siano rivelate felici – o infelici – le scelte adottate nel processo di ricerca del posizionamento per eccellenza.

SEO Google: Panda n. 20 e nuovo filtro EMD

Cambiano ancora le regole del SEO: Google implementa l’update n.20 per l’algoritmo Panda ed introduce il nuovo filtro EMD (Exact match domains).

Lo sa bene chi lavora con il SEO: Google aggiorna periodicamente i meccanismi del suo motore di ricerca con l’obiettivo di migliorare la qualità dei risultati. L’algoritmo modificato più di frequente, e con una cadenza pressoché periodica, viene chiamato Panda.

Per quest’ultimo l’update più recente risale ad alcune ore fa, ed è siglato (per convenzione fra i big del Search engine marketing) con il numero 20. Le novità introdotte sono particolarmente importanti per le query in lingua inglese, sulle quali il nuovo sistema incide in misura del 2.4 % rispetto al SEO Google.

Guerra ai domini a corrispondenza esatta di scarsa qualità

L’update interessa meno la versione italiana del motore di ricerca, ma resta significativo. In un intervento pubblico Matt Cutts – in Google da 12 anni ed attuale dirigente del team anti spam – sostiene che lo spagnolo ed il francese risentiranno delle migliorie per appena lo 0,5 %. È lecito supporre che la percentuale si estenda anche all’idioma del Bel Paese.

Ma in cosa consiste l’aggiornamento? In molti pensano ad una ulteriore messa a punto del “setaccio” che Panda (con Penguin) usa per accreditare merito a domini che contengono keyword coerenti con contenuti originali ed utili, e per penalizzare quelli che invece vorrebbero basare tutta la loro fortuna sul tavolo da gioco delle SERP unicamente affidandosi alle parole chiave del nome di dominio.

Facciamo un esempio del SEO che Google non ama, e che combatte con la costante revisione dei filtri: “libri-molto-romantici.com” è un blog (ipotetico e sentimentale) che pratica lo “scraping”, cioè estrae automaticamente i dati da terze parti per riproporli a sua volta in forma sintetica o parzialmente modificata. Se prima il “raccoglitore di testi altrui” poteva nutrire buone speranze di visibilità con le key “libro molto romantico”, ora le aspettative si fanno meno rosee.

SEO, Google ed EMD

Gli update di queste ore non riguardano soltanto Panda, a dimostrazione di quanto Google sia determinato a fornire risultati dalla qualità sempre più soddisfacente. Le novità parlano anche di un inedito algoritmo, di cui si vociferava a fine settembre.

Il neonato cacciatore di spam si chiama EMD, acronimo di Exact match domains. Il suo ruolo, guarda caso, è ben definito: colpire i domini ad esatta corrispondenza di scarsa qualità.

Che senso ha un algoritmo che ha lo stesso compito già assegnato a Panda (e mettiamoci pure Penguin)? Se lo sono chiesto gli addetti ai lavori, e la loro risposta è questa: EMD colpisce i nomi dei siti con un gran numero di parole chiave, palesemente creati ad hoc per apparire ai primi posti delle SERP con precise long tail.

In definitiva il Panda, il Pinguino e Exact match domain lavorano in team: i primi continueranno ad occuparsi di nomi di dominio come “libri-usati.com”, l’ultimo si metterà sulle tracce di siti battezzati ad esempio “te-la-mangi-la-minestra-con-la-cannuccia.it”.

Quanto debbano preoccuparsi di queste ultime notizie i webmaster italiani non è dato sapere, ma almeno per la prima release di EMD pare sia legittimo continuare a sentirsi moderatamente tranquilli: l’algoritmo, sempre a detta dei dirigenti di Mountain View, inciderà nella lingua inglese per lo 0,5 % sul SEO Google. Molto meno per le ricerche italiane.

IKEA censura le donne, il Web risponde con ironia

IKEA cancella le donne dalle foto dei cataloghi destinati all’Arabia Saudita. Unanime il coro di proteste sul Web, che risponde con ironia e sarcasmo.

Non sembra vero che un’azienda nata in Svezia, tra i paesi simbolo di progresso sociale e tolleranza, possa distinguersi per sessismo. Eppure è così: per IKEA le donne non esistono. O almeno non esistono in Arabia Saudita.

Il notissimo mobilificio ha cancellato – pare in osservanza di diktat religiosi e forse del regime legale – ogni figura femminile dalle immagini a corredo dei cataloghi destinati al Paese orientale. Niente più signore che ripongono lo spazzolino nel supporto a muro, mogli che intrattengono gli amici mentre i mariti preparano manicaretti in cucina (rigorosamente a vista), fidanzate entusiaste dell’ultimo elemento di arredo della camera da letto, e mamme premurose che si accoccolano con i figli sul sofà della serie EKTORP.

IKEA e le donne img 1

L’episodio – venuto alla luce grazie ad un’inchiesta di un quotidiano svedese – ha procurato ad IKEA non poche critiche: le donne esistono, grida il Web, e non possono essere cancellate, in nessuna parte del mondo.

IKEA si scusa con le donne. Indirettamente.

C’è da dire che l’azienda è subito corsa ai ripari, ed ha immediatamente presentato le scuse, circostanziando le ragioni dell’errore ed imputandolo ad un fattore di natura prevalentemente organizzativa.

Riporto il comunicato in lingua originale, senza tradurlo per non interpretarlo, come pubblicato in questo link (PDF, attenzione!):

2 October 2012
Statement from Inter IKEA Systems B.V. regarding the IKEA catalogue in
Saudi Arabia
Inter IKEA Systems B.V., the worldwide IKEA franchisor, regrets what has
happened and understands that people are upset.
We have been in dialogue with Al Sulaiman, our franchisee operating IKEA stores
in Saudi Arabia. It is not the local franchisee that has requested the retouch of the
discussed pictures. The mistake happened during the work process occurring
before presenting the draft catalogue for IKEA Saudi Arabia. We, Inter IKEA
Systems B.V., have the ultimate responsibility and take full responsibility for the
mistakes made.
We have reviewed several of the discussed pictures, for example the women in
front of the bathroom mirror and the female designer of the PS2012 design
collection. Those pictures could very well have been included in the Saudi Arabian
catalogue.
We will naturally review our working process and take actions to ensure that this
will not happen again. We deeply regret that mistakes have been made in this
instance.
Ulrika Englesson Sandman
Inter IKEA Systems B.V.

IKEA e le donne tornano amici. Ma l’ironia resta.

Con l’immediata manifestazione di rammarico, l’identificazione delle cause che hanno originato il passo falso e la promessa che non si ripeterà, IKEA è riuscita brillantemente ad arginare la crisi e a salvaguardare immagine del brand e patrimonio di marca. Che d’altra parte si è sempre contraddistinto per il palese rifiuto di qualunque forma di discriminazione, come nel caso della recente campagna pubblicitaria che aveva come protagonista una coppia omosessuale.

Pace fatta, dunque, tra IKEA e donne. Ma l’inciampo ha comunque lasciato su Internet un’impronta che richiederà tempo per essere cancellata. Tra le manifestazioni di dissenso più equilibrate ed al contempo efficaci, quella del blog http://ikeafiles.tumblr.com/. Che ha raccolto (e continua a pubblicare) sarcastiche parodie della censura praticata. Ne riporto alcune, tra le più gustose.

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Brand equity, Minetti e Parah: crisis management impossibile?

Brand equity di Parah in pericolo dopo la passerella di Nicole Minetti: il marchio di intimo moda bersagliato su Facebook. Il crisis management praticabile solo ad una condizione.

Premessa | Parah, SPA italiana specializzata in intimo moda, per nulla intimorita dal pericolo di ferire la propria brand equity assume come indossatrice la consigliera regionale Nicole Minetti. La signora è bella, ha un portamento sufficientemente elegante ed è molto nota, ma soltanto perché coinvolta in faccende giudiziarie sulle quali è forse sconveniente soffermarci.

Brand equity di Parah compromessa su Facebook

Il fatto | Per via della scelta la ditta varesina viene investita sui social media aziendali (in particolare Facebook) da un’ondata di violente critiche. La bacheca ancora oggi – a diversi giorni dall’accaduto – sembra un tiro al bersaglio.

Un timido riparo | Prima della passerella – all’anticiparsi dei malumori – il management di Parah aveva già sperimentato una difesa preventiva, pubblicando proprio sulla sua bacheca un aggiornamento di stato in cui si spiegavano le ragioni della scelta: in parole semplici si voleva fare “guerrilla marketing”.

Il pentimento | Preso atto del potenziale danno alla brand equity, l’amministratore dell’azienda rilascia un’intervista con la quale rinnega la (cosiddetta) “chiacchierata” modella. E promette che non farà mai più ricorso ad escamotage di marketing tanto rischiosi.

Gli ulteriori sbagli | Nel pronunciarsi pubblicamente, prima su Facebook e poi ai microfoni de “La zanzara”, l’AD di Parah commette alcuni errori che paiono grossolani:

  1. si lascia andare a discutibili battute di spirito nei confronti di uno stimato personaggio televisivo che aveva criticato l’operazione, vanificando così il tentativo di fugare le accuse di “cattivo gusto” che le erano state rivolte;
  2. sottovaluta l’importanza dei social media;
  3. non attiva immediatamente il crisis management.

Perché giocare d’azzardo con la brand equity?

La domanda si ripete più volte sulla pagina Facebook di Parah, e anche voi ve lo sarete chiesti: chi e perché ha deciso di avventurarsi nella rischiosa impresa, individuando in Nicole Minetti la testimonial per una sfilata?

Secondo alcuni si tratta di una scelta consapevole, per quanto potenzialmente sbagliata: la consigliera doveva far lievitare il buzz che circonda l’azienda. E così è stato.

Per altri la ragione è la stessa, ma non c’è alcun errore: il rumor generato dalla notizia contribuirà nel tempo alla notorietà del marchio, alla brand equity, e conseguentemente aiuterà il buon fatturato.

Altri ancora interpretano l’accaduto ipotizzando una forte incompetenza dei responsabili del marketing.

Io cerco di guardare alle dinamiche aziendali sempre con una prospettiva terrena, e dopo averci riflettuto un po’ per me l’interrogativo ha perso di interesse. Chissà: forse la signora Minetti è nell’entourage del consiglio di amministrazione di Parah, e così in un’allegra (e candida) serata tra amici è venuta fuori l’idea. Ed evidentemente è anche sembrata buona, tra chiacchiere e sorrisi e calici di prosecco, a qualcuno dei responsabili aziendali presenti.

Salvare la brand equity con un’operazione di crisis management

Senza presunzione di successo, a mio avviso sarebbe ancora possibile preservare il valore del marchio coordinando immediatamente un’azione di crisis management sui principali social media. Ma per fermare l’assedio ci vorrebbero tempismo, determinazione, trasparenza e Web credibility.

Alle imprescindibili condizioni che indico più avanti, fossi in Parah procederei secondo questa scaletta:

  1. Pubblicazione di una netiquette. Contenente tra l’altro un patto con gli utenti che consenta il confronto e conceda spazio per spiegare l’accaduto, anche attraverso legittime prassi di moderazione.
  2. Dichiarazione scritta di scuse, sentite e partecipate, dello stesso manager che ha rilasciato l’intervista radiofonica. Al fine di recuperare la credibilità.
  3. Omissis (!).
  4. Una risposta per ciascun aggiornamento di stato dei liker. Una ad una.

Ho parlato di indispensabili premesse: prima di avviare l’operazione di crisis management sarebbe fondamentale che la dirigenza facesse proprie le dinamiche del Web e dei social media. Le risulterebbe altrimenti difficile comprendere la portata dei passi falsi commessi, per evitarne in futuro.

Come accennavo in un post dedicato alla pagina Facebook aziendale, è pericoloso sottovalutare le reti virtuali. Una volta entrati l’impresa è aperta al mondo: per far sì che tutto appaia pulito, ordinato ed in questo specifico caso anche elegante, è necessario che ogni componente faccia la sua parte, dirigenti compresi. Per preservare una brand equity che a volte, come per Parah, è stata costruita ben prima che Wikipedia potesse spiegarne l’importanza.

SEO Google – Seo Fernandez e prossimità delle keyword

Che cerchiate SEO Google e/o Seo Fernandez (il salsero Hip-Hop), avrete sempre risultati pertinenti. Quanto è cambiato il principio della keyword proximity.

Sono davvero importanti le modifiche che, rispetto al SEO, Google ha recentemente apportato al suo motore di ricerca. Con gli update degli algoritmi di Panda e Penguin persino vecchi principi del Search engine marketing vacillano.

Ad essere messe in discussione sono ad esempio le regole del link building: sappiamo bene che citazioni “seriali” (come quelle dei network di scambio) e di scadente qualità (dalla scarsa Web authority) non funzionano più al meglio, e talvolta possono rivelarsi persino controproducenti.

A mio avviso le novità sono però molto più profonde, e ce ne accorgiamo rispondendo ad una domanda per niente tecnica: cosa è effettivamente cambiato, dalla prospettiva del semplice utente, nelle ricerche su Internet?

Il SEO Google dopo Panda e Penguin

Seo Fernandez

Voi però ora vi starete ponendo un’altra domanda: cosa c’entra in tutto questo discorso il salsero Hip Hop, noto soprattutto per il brano “Remenea”? Il riferimento al musicista è funzionale a due scopi:

  1. incuriosirvi, sperando di trattenervi in questa pagina qualche secondo in più con beneficio del (mio) SEO Google;
  2. proporre un termine di confronto per comprendere quali siano le vere conseguenze – lato Web surfer – delle novità citate in premessa.

Visto che ci siamo, guardiamo un po’ del video di Seo Fernandez. Ovviamente potete anche continuare la lettura, lasciando il pezzo in sottofondo. L’importante è che non andiate altrove.

SEO Google

Adesso mettiamo da parte la musica e mettiamoci nei panni di un povero motore di ricerca (l’aggettivazione è riferita all’ingrato mestiere, non alle risorse finanziarie): mentre voi vi affaccendate per rendere i risultati conformi alle aspettative degli utenti, e istruite costantemente i vostri algoritmi perché scovino i trucchi e gli inganni più sofisticati, dall’altra parte c’è sempre qualcuno che cerca di gabbarvi per scalare le SERP indipendentemente dalla pertinenza e dalla qualità dei suoi contenuti.

A proposito: alla qualità ci si fa l’abitudine, fino al punto di trascurare i meriti. Vi siete mai chiesti perché con Google viene fuori SEO se pensate all’ottimizzazione dei siti Internet? E Seo Fernandez se invece avete in mente ritmi latino-americani? Ecco: il credito va a quella infaticabile messa a punto dei sistemi di analisi e sfrondatura dell’enorme mole di dati che quotidianamente si riversa sul Web.

La keyword proximity

Torniamo a Panda e Penguin, per dirvi finalmente ciò che davvero volevo.

Sì, non c’è dubbio: con gli ultimi update il concetto di Web authority è cambiato molto, e con esso le conseguenze in termini di visibilità.

Dobbiamo fidarci di quel che – a denti stretti – i SEO suggeriscono: è bene che del nostro sito si parli molto sul Web, a patto che le citazioni provengano da fonti di qualità e che non risultino “sospette”. In merito ha significativo valore il consiglio di collocare i backlink vicino alle keyword pertinenti, non direttamente sulle parole chiave (es. le polpette al sugo sono buone: approfondiamo).

Ma a mio avviso la più significativa innovazione del Google attuale riguarda le pratiche del SEO on-page, piuttosto che off-page. In particolare il principio della prossimità.

Fino alla scorsa primavera la keyword proximity rappresentava un fattore essenziale, spesso indispensabile: più vicini sono i termini che compongono la chiave di ricerca, maggiori sono le possibilità che questa funzioni. Ora sembra che BigG abbia ritenuto l’equazione contiguità / pertinenza troppo svalutata, e pare abbia deciso di retrocederla nella scala gerarchica dei criteri di selezione.

Quel che c’è di nuovo. E di cui in pochi parlano.

Per averne una prova basta sfogliare una qualunque SERP: sempre più spesso emergono link a siti nei quali le parole della keyword (long o short tail) sono separate, a volte addirittura distanti. Quasi come se a Mountain View volessero premiare – appunto – chi davvero non desta sospetti; a questo si riferiscono i consigli dispensati da Google ai webmaster circa la naturalezza e la spontaneità dello stile linguistico.

Esaminando i risultati delle ricerche si ha l’impressione che i bot siano determinati come mai prima a leggere fino in fondo l’intera pagina, soffermandosi meno su intestazioni (H1) e meta description, e più su paragrafi e sottotitoli (H2 / H3). Diventando così maggiormente capaci di correlare termini anche fisicamente lontani fra loro, ma concettualmente e semanticamente vicini.

In conclusione: cercando l’espressione “Seo, il tizio che suona la salsa” vengono fuori contenuti che parlano del signor Fernandez, anche se il genere di danza e musica non è stato citato nei titoli o nei tag degli articoli.

Sperimentando invece la frase “SEO applicato al motore Google” spunterà ai primi posti della SERP questo post. Ne sono moderatamente convinto.