Creare blog | Scegliere il dominio perfetto

Vuoi creare blog visitatissimi e ben posizionati su Google? Sei nel posto giusto. Primo passo: scegliere un titolo indimenticabile, cioè il nome di dominio.

Creare blog – ben indicizzati dai motori di ricerca, graficamente attraenti, dotati di straordinario appeal e capaci di superare la migliore concorrenza – non è un’illusione. Può farlo chiunque: le aziende come le persone, per esigenze professionali e commerciali o per semplice piacere e passione.

Creare blog partendo dal dominioNaturalmente per creare blog di successo bisogna essere pronti a darsi da fare, e soprattutto saper bene come muoversi. Ecco perché ho deciso di metter giù un “manuale” basato sui consigli degli esperti e sulle migliori pubblicazioni in tema, aggiungendo qui e là alcune mie considerazioni.

Per rendere ancora più chiara la guida ho pensato di dividerla in brevi post, ciascuno dedicato ad uno specifico argomento. Il primo capitolo è già disponibile: l’ho riservato al copywriting ed alla SEO on-page. Il secondo eccolo qui: creare blog assegnandogli il nome di dominio più efficace. Partiamo.

Identificare target e contenuti prima di creare blog.

Creare blog equivale a fare marketing: la prima regola è conoscere a fondo prodotti e servizi offerti, ed il loro principale destinatario. Perciò l’impegno più urgente è immaginare con precisione tanto le caratteristiche e l’argomento dei futuri contenuti, quanto la fisionomia del lettore tipo.

Per agevolarci nel lavoro di identificazione del target poniamoci due domande:

  1. I post che pubblicheremo saranno prevalentemente rivolti alle imprese, oppure alle persone ed ai loro interessi non commerciali?
  2. L’orientamento del sito sarà di tipo B2B, B2C, misto o generalista?

Le conseguenti risposte torneranno molto utili nei successivi step. Che affrontiamo subito passando al tema centrale: scegliere il dominio.

L’impresa sarà quasi certamente costretta ad identificarlo con il brand, se non altro perché il testo di una URL che coincide con il marchio favorisce notevolmente la reperibilità online della ditta. Però attenzione: la stessa esigenza potrebbe averla anche un professionista o un privato che aspira a dare fama al proprio nome, magari proprio come blogger di successo.

In altri casi potrebbe risultare più importante una soluzione che sappia evocare esplicitamente il core business – nel caso di imprese o freelance – o il settore di interesse per il lettore generico. In questo caso è necessario concentrarsi sulla ricerca della parola chiave più rappresentativa. Che però, è bene non illudersi, sarà quasi impossibile da applicare tal quale al nome di dominio, perché con ogni probabilità qualcuno l’avrà registrato prima di noi.

Se così fosse possiamo rivolgerci alle long tail, cioè alle keyword composte. Un esempio? Se siamo interessati a creare blog dedicati alla SEO possiamo associare all’acronimo un secondo termine, come ho fatto io per questo sito: WOMSEO.com (Word of Mouth + Search Engine Optimization, che nelle mie ambizioni sta a significare “la SEO in vivavoce” o “del passaparola”).

C’è infine una terza via, che rappresenta la soluzione di mezzo fra la prima e la seconda: unire il nome (dell’azienda o personale) con la parola chiave. Ad esempio “SMMpincopallino.it” (nel caso di un social media marketer dallo sfortunato battesimo) o “blogazienda.com”.

Creare blog: SEO ed EDM.

Se non siete interessati a creare blog con dominio “brand” o “misto”, ma soltanto a quello che potrà migliorare l’indicizzazione, datevi da fare per trovare la keyword composta che più rappresenta voi o i vostri interessi. Ad aiutarvi nel lavoro ci sono strumenti online molto utili, come il sempreverde UbergSuggest.org, il tool integrato nel campo verifica di Godaddy, oppure Google e le “ricerche correlate” suggerite in calce ad ogni SERP (Search Engine Results Page).

Su quanto sia importante per la SEO avere nel nome di dominio una keyword pertinente esistono (stranamente) opinioni contrastanti: c’è chi dice che è un fattore essenziale nel creare blog, e chi al contrario lo considera ininfluente alla luce degli algoritmi più recenti adottati dai motori di ricerca.

La verità è che l’EDM (Exact Match Domain) – cioè la corrispondenza tra la parola chiave principale del sito ed il nome (o parte) dello stesso – favorisce notevolmente il buon posizionamento in Google e nei search engine concorrenti.

Accortezze linguistiche nel creare blog.

Nel creare blog e dare loro un “titolo” composto è bene rispettare alcune regole, dettate dall’esperienza e dal buon senso. Raccolgo a seguire quelle che credo abbiano maggior peso.

  1. Il nome di dominio dev’essere il più breve possibile, compatibilmente con le esigenze di branding o SEO.
  2. Dev’essere facile da ricordare (possibilmente suggestivo), da scrivere e soprattutto da pronunciare: non volete mica dover dettare ad un cliente o un amico un indirizzo Web del tipo deborah-sempronio.com? La lettera “H” ed il trattino vi verrebbero presto in forte antipatia.
  3. Unico e inconfondibile sono aggettivi che portano fortuna.
  4. Se non desiderate rischiare di essere presto dimenticati – o di diventare prematuramente vintagenon fate riferimento a passeggeri trend, neanche se promettono di trasformarsi in più duraturi meme.
  5. Non fate ricorso a cifre, e soprattutto al numero zero (che può essere confuso con la “O”).
  6. Prima di prendere una decisione definitiva confrontatevi con amici, parenti o colleghi: sono loro che possono darvi i suggerimenti più schietti e proficui nel creare blog ed assegnare loro un nome.

Accorgimenti tecnici e conclusioni.

Scelto il dominio giusto ed accertata la sua disponibilità presso un registrar (quello che preferisco l’ho citato in precedenza), prima di concedervi l’acquisto ed il creare blog ci sono le ultime accortezze da tenere.

In primo luogo è fondamentale verificare se il nome sia già stato registrato in passato, ed in caso positivo se ha goduto di buona reputazione. Per questa esigenza può risultare preziosissima una nota e funzionante versione della “macchina del tempo“.

È poi importante individuare il giusto suffisso. Il più usato, e quindi anche il più ricercato, è quello .COM. Per noi che siamo italiani – e sempre che il sito si rivolga esclusivamente al Bel Paese – va benissimo il .IT. In alternativa possiamo prendere in considerazione anche .ORG e .NET (e poche altre soluzioni).

Meglio ancora sarà riservare allo stesso dominio più “estensioni”, per evitare che una volta diventati famosi qualcuno possa sfruttare la nostra notorietà traendo in inganno lettori e clienti distratti. La spesa da sostenere certamente cresce, ma se teniamo davvero al nostro blog e se per lui abbiamo buoni propositi l’investimento si rivelerà sicuramente proficuo.

Infine, per la conclusione di questo secondo capitolo della guida sul come creare blog ho in serbo un ultimo suggerimento: registrate il nome non per uno, ma per almeno due o tre anni. Ne beneficerà sensibilmente la Search Engine Optimization del vostro nuovo, fiammante sito Web.

Consulenza SEO | SEM [infografica]

Consulenza SEO e SEM: qual è, fra le due alternative, la giusta soluzione per le esigenze di marketing della tua azienda?

Della consulenza SEO e di quella SEM non tutti sono obbligati a conoscere preciso significato e differenze. D’altra parte non tutti esercitano la professione di search engine optimizer, ed è ancora contenuto il numero delle aziende che hanno già fatto del Web un’estensione più o meno importante della propria struttura.

Interpellato, un esperto di digital marketing spiegherebbe così i due concetti:

  • la consulenza SEO conferisce ad un sito Internet le caratteristiche per conquistare le posizioni più alte nelle SERP (pagine dei risultati dei motori di ricerca), relativamente a determinate keyword;
  • la consulenza SEM ha il più articolato obiettivo di mettere a profitto specifiche espressioni della domanda di mercato, convergenti su precise parole chiave, tanto attraverso la SEO quanto per mezzo di advertising contestuale, social network e tecniche di CRM.

Chi opera nel primo campo ha fra le sue competenze l’ottimizzazione in/on/off-page, ossia del codice di una pagina Web, dei contenuti testuali e grafici, della “notorietà” e dell’autorevolezza in Rete ottenute attraverso la prassi del link building.

Il professionista che eroga il secondo tipo di assistenza deve invece possedere skill e capacità anche nel Social Media Marketing ed in attività outbound, come il SEA (Search Engine Advertising) ed il Mailing.

Per rendere ancora più chiari differenze e significato di consulenza SEO / SEM chiediamo aiuto ad un’infografica, che riassume schematicamente gran parte delle caratteristiche delle distinte discipline.

Infografica sulla consulenza SEO

Il Search Engine Marketing si rivolge quindi ad un’impresa che veda nei motori di ricerca una risorsa per soddisfare esigenze che vanno oltre la pur preziosa e duratura visibilità sul Web. Un esempio è dato da quelle aziende che, nel disporre di un ampio e diversificato portafoglio di servizi o prodotti, debbano gestire simultaneamente tre necessità: presidiare sul lungo termine la Rete con determinate keyword, gestire organicamente il conseguente flusso di contatti, attivarsi occasionalmente attraverso l’advertising per intercettare con tempestività passeggere manifestazioni della domanda di mercato.

Attività meno strutturate, e con target uniforme e ben definito, possono trovare anche solo nella consulenza SEO benefici tangibili, prolungati se non permanenti, con il vantaggio di dover affrontare costi il più delle volte relativamente contenuti. Indubitabilmente sostenibili, se rapportati ai risultati.

Un click per visualizzare la versione ingrandita dell’infografica.

Blog SEO | 15 regole per il post perfetto

Al blog SEO visibilità e visitatori sono assicurati dai motori di ricerca. E dalle tecniche on-page per scrivere post ottimizzati e fare di un sito qualsiasi un VERO blog SEO.

Chi trova un blog SEO trova un tesoro, si può dire parafrasando un vecchio proverbio. E non c’è niente di più vero, se per “tesoro” intendiamo piena visibilità sul Web, forte notorietà e gran numero di lettori.

Il blog SEO con tecniche on-pagePer qualunque sito capace di svettare sui motori di ricerca la strada è sempre in discesa: grazie al buon piazzamento nelle SERP il numero dei visitatori aumenta di continuo, di centinaia in migliaia, alla pubblicazione di ogni nuovo post. E senza dover spendere neanche un quattrino per pubblicità e promozione.

Di come creare un blog SEO abbiamo parlato spesso, soffermandoci sull’importanza del nome di dominio, della piattaforma (WordPress resta la migliore, a mio avviso), della cura di codice e struttura dei meta tag. Chi desidera approfondire quegli argomenti può cliccare sui link in tema riportati qui a destra, o fare una ricerca (locale, s’intende).

In questa occasione vorrei invece soffermarmi sulla cosiddetta Search Engine Optimization “on-page”, cioè quella serie di accortezze che si dovrebbe avere nel redigere ogni singolo articolo. Se messa in pratica, la guida che segue può garantire buone possibilità di trasformare un semplice sito in un vero, frequentato blog SEO. Cominciamo subito.

Fai capire a Google & Co. qual è il tuo focus.

  1. In un blog SEO che si rispetti prima di realizzare un post è buona norma scegliere con cura una parola chiave di riferimento: l’intero contenuto dovrà ruotare attorno a quella keyword. È meglio non scrivere nulla se non si è riusciti a focalizzare un tema ben preciso, circoscritto.
  2. Verifica il valore della parola chiave che fa al tuo caso attraverso uno degli strumenti gratuiti offerti da Google; può andar bene tanto Google Trends quanto Adwords. Se la key ti sembra essere “satura”, nel senso che è oggetto di una concorrenza eccessiva da parte di siti molto accreditati, cerca alternative cosiddette “long tail”. Potresti ad esempio utilizzare “orsacchiotto di peluche” al posto del solo “orsacchiotto”.
  3. Nello scrivere non aver timore di ripetere più volte la parola chiave. Ma, ovviamente, non esagerare e distribuiscine la presenza in tutti i punti del testo: all’inizio, nel mezzo ed alla fine. Per misurarne la frequenza puoi usare uno degli strumenti online destinati a valutare automaticamente la “densità” delle keyword in un singolo post.
  4. Purtroppo non esiste una regola precisa per evitare penalizzazioni da parte dei motori di ricerca conseguenti al “key stuffing”, cioè per avere oltremodo rimpinzato il post con i termini chiave. C’è chi sostiene che la loro densità non debba superare il 3%, chi il 4 o chi addirittura il 2 per cento. In realtà l’incidenza massima tollerata è direttamente proporzionale alla considerazione che i search engine hanno già maturato nei confronti del blog SEO: più questo viene ben posizionato nelle SERP, maggiore è il margine concesso. Per i siti giovani suggerisco di non andare oltre un punto, un punto e mezzo, e di incrementare la densità solo dopo aver verificato l’impatto degli articoli precedenti su Google e Bing.
  5. Se usi WordPress puoi ricorrere all’ottimo plug-in di Yoast per mettere in pratica i consigli dei punti precedenti (3 e 4). Però fai attenzione: il tool integrato, che consente di verificare la frequenza della parola chiave, non prende in esame i tag di immagini e link!

Concentra la SEO dov’è più importante.

  1. I bot – soprattutto quelli di Google e dopo l’avvento dell’algoritmo anti-spam Penguinscorrono da cima a fondo i post di un blog SEO. Continuano però, come in passato, ad assegnare maggiore importanza ad alcuni punti della struttura: titolo (H1), sommario (siglato col tag H2), intestazione dei paragrafi (H3), meta title e meta description. Va da sé che è qui che la keyword, scelta attraverso le modalità suggerite in precedenza, dev’essere senz’altro presente (possibilmente in posizione iniziale).
  2. Abbi cura di ottimizzare le immagini: il loro peso non dovrebbe superare i 5/10 kb. Ed inserisci anche nel loro nome, nel titolo e nell’attributo ALT i termini chiave.
  3. Nel complesso ciascun post non dovrebbe contare meno di 400/500 parole, suddivise in più paragrafi (di 2/300 parole ciascuno).
  4. Integra liberamente – ma anche qui è bene non esagerare – link interni al tuo blog SEO. Questo aiuta a ridurre la frequenza di rimbalzo e favorisce indirettamente la search engine optimization.
  5. Usa sempre un link esterno, avendo cura di aggiungere l’attributo nofollow nel caso in cui il sito di destinazione non ti sembra godere di ottima reputazione. Se hai dubbi lascia perdere, e scegli un riferimento meno pericoloso.

È il lettore che decide se il tuo è un blog SEO

  1. Usa un linguaggio spontaneo, snello, sintetico e semplice. È essenziale catturare l’attenzione del lettore: se il contenuto è poco fruibile prima o poi se ne accorgeranno anche i motori di ricerca, e allora puoi dire addio alle aspirazioni di un blog SEO.
  2. Scegli un titolo breve (da 40 a 70 caratteri), efficace, stimolante, e che non sia già stato pubblicato da altri. Rifletti, studia la concorrenza: un post chiamato “10 modi per guadagnare con il Web” funziona molto meglio di un articolo sulle “Opportunità offerte da Internet per arrotondare lo stipendio con un sito”.
  3. Riporta in grassetto i passi essenziali di ciascun periodo, soprattutto se contiene la parola chiave. Utilizza il corsivo per evidenziare termini stranieri o comunque singolari.
  4. Se ha un senso, e se serve a rendere ancora più chiaro il contenuto, fai ricorso agli elenchi puntati o numerati (come quelli che stai leggendo). Nei blog SEO sono considerati una buona consuetudine.
  5. Integra la keyword nella descrizione (titolo) dei link interni, purché coerenti. Non farlo invece con i link esterni.

Ancora qualche consiglio

C’è un ultimo suggerimento, che rientra nelle tecniche on-page dei blog SEO e che credo e spero potrà rivelarsi molto utile. Dopo aver pubblicato il post attendi una settimana; quindi registra per un paio di giorni le oscillazioni del suo posizionamento nella SERP di Google. Se si trova già nella prima pagina dei risultati, o comunque tende a salirvi, sarà quella la dimostrazione che hai fatto un lavoro eccellente.

Se invece è fermo sui gradini più bassi non commettere l’errore di sfiduciarti e di lasciarlo scomparire definitivamente dal Web. Piuttosto sottoponilo nuovamente ad esame e, soprattutto, valuta ancora una volta la densità delle keyword. Quindi riducila o aumentala gradualmente in funzione di quanto ci siamo detti fino a questo punto. Vedrai che i motori di ricerca sanno essere flessibili, e sanno apprezzare chi si mostra capace di porre rimedio ai propri errori.

Dimenticavo: anche questo aspira ad essere un blog SEO, dove interazione e commenti hanno la loro importanza. Se ti va chiedi pure, o contribuisci condividendo la tua esperienza.

Social Manager di successo. In 3 mosse.

Il Social Manager è per l’azienda una carta vincente. A patto che sappia conquistarne la fiducia e comprenderne le dinamiche.

Il Social Manager è una figura ormai indispensabile nella comunicazione aziendale. D’altra parte a lui è assegnata la responsabilità strategica e operativa di creare, ottimizzare e gestire i social media, e quindi di cogliere al meglio le preziose opportunità offerte dal digital marketing: branding, pubblicità mirata, acquisizione di nuovi clienti e fidelizzazione dei vecchi, analisi di target e scenari competitivi, etc.

Il Social Manager è un moderno condottieroEppure il Social Manager continua ad incontrare obiettivi ostacoli al legittimo riconoscimento della professionalità, a vedere il suo ruolo definitivamente inquadrato fra i più importanti organi aziendali. Deve ancora confrontarsi – nonostante l’indiscussa intraprendenza della classe dirigente italiana – con diffidenza, scarsa propensione all’innovazione e, in alcuni casi, persino con ingiustificabili e dannose resistenze opposte dagli operatori dell’uscente marketing tradizionale.

Quest’ultimo fenomeno è molto evidente in politica, cartina al tornasole dell’intera società. Si pensi: a fronte della straordinaria affermazione del Movimento 5 Stelle, che ai nuovi media ha affidato in via esclusiva l’intera propaganda della scorsa campagna elettorale, ancora si va sostenendo attraverso dibattiti televisivi ed improbabili analisi sociologiche (commissionate dai media tradizionali) che sì, il social marketing influenza ma “non muove voti”.

Fortunatamente a dare gli ultimi colpi di piccone a demagogia e conservatorismo delle economie aziendali è stata proprio la politica: fatte le dovute proporzioni, un successo paragonabile a quello del M5S oggi può essere raggiunto anche nei mercati, in ogni settore e da qualunque impresa decida di allocare al Web 2.0 sufficienti risorse finanziarie ed umane. Senza dover necessariamente ricorrere al reclutamento di professionisti del calibro di Grillo e Casaleggio, i quali fin d’ora dovremmo tutti imparare a definire – coerentemente con le loro originarie competenze – Social Manager prestati all’agone elettorale.

Passo vincente n. 1: maturare piena consapevolezza delle difficoltà

La prima e forse più impegnativa sfida che un Social Manager si trova ad affrontare in occasione di ogni nuovo incarico è la consapevolezza – interiore prima ancora che esterna – delle potenzialità dei suoi obiettivi. Senza quella piena coscienza risulterà ancora più difficoltoso se non impossibile fronteggiare le immancabili resistenze provenienti dalle stesse aziende.

È strano ma vero: alla figura dell’esperto di network digitali guardano con diffidenza non soltanto i responsabili del marketing di vecchia guardia – umanamente interessati a non condividere tanto i budget quanto il tornaconto professionale. A loro si aggiunge gran parte di tutti i dipendenti, consapevoli che prima o poi il nuovo orientamento digitale li costringerà ad ulteriori impegni. Il che si traduce – soprattutto nelle realtà più strutturate e meno ricche di spirito aziendale – in un indesiderato aumento di lavoro, responsabilità e competenze.

In questo quadro di difficoltà congenite il Social Manager deve muoversi con abilità e diplomazia. Cercando innanzitutto di conquistare la fiducia dei colleghi prima ancora di poter dimostrare il proprio valore ed il comune beneficio derivante dal suo incarico. Quindi dovrà assicurarsi l’indispensabile supporto dei massimi dirigenti, preferibilmente fondato sull’incondizionata fiducia derivante da ottimistiche quanto riscontrabili previsioni del ROI.

Solo così il nuovo responsabile della comunicazione avrà quindi modo di aprire un solido varco tra le diffidenze, tenendole costantemente a bada per impedire che possano ostacolare l’azienda nel processo di ammodernamento.

Mossa n. 2: il Social Manager e la policy aziendale.

Dopo aver coinvolto l’intera impresa nel comune impegno di aprirsi al nuovo mondo, per il Social Manager arriva il momento di trasmettere a colleghi e superiori le regole che disciplinano la realtà digitale.

L’eventualità e le modalità di partecipazione dei dipendenti ai social network, il rigoroso rispetto del “tempo reale” (imprescindibile requisito dei nuovi media di successo), e la sinergia fra tutti i settori della comunicazione aziendale, potranno essere disciplinati attraverso un documento programmatico di facile comprensione chiamato “policy interna”.

Per approntarlo – con la più vasta e proficua partecipazione – il Social Manager dovrà organizzare una riunione allargata ad ogni settore dell’impresa, durante la quale sarà suo compito principale mostrarsi ricettivo rispetto alle esigenze, le aspettative, i suggerimenti e le problematiche di tutti.

Sarà quella l’occasione perfetta per coinvolgere i dipendenti nell’elaborazione di una seconda policy, detta “esterna”, attraverso la quale verrà invece disegnata l’identità digitale dell’azienda. Sarà cioè stabilito in che modo l’impresa dovrà interagire con utenti e clienti, quali messaggi dovrà condividere, quali reazioni potrà considerare auspicabili e quali invece bollerà come indesiderate o addirittura censurabili.

Sia nel primo che nel secondo regolamento il carattere, il temperamento e l’indole dell’azienda dovranno sempre informarsi ai principi della trasparenza, della coerenza, del rispetto reciproco e – valore “laico” troppo spesso trascurato nella redazione delle netiquette – della comune utilità.

Ultima accortezza, n. 3: a chi si rivolge il Social Manager.

Penetrate ed identificate le dinamiche aziendali, assicurato il più diffuso e spontaneo supporto, stabilito un vademecum comportamentale da imporre a sé stesso prima che agli altri, al Social Manager non resta che compiere l’ultimo, fondamentale passo prima di lasciare spazio alle fasi operative: conoscere a fondo il target dell’azienda.

Senza questa premessa sarà ad esempio impossibile progettare, classificare ed integrare i diversi social media meritevoli di presidio, distinguendoli da quelli a cui puntare solo in termini di presenza.

E sarà altrettanto difficoltoso raccogliere ed approntare con efficienza risorse e contenuti coerenti, stabilire altrettanto proficuamente tempistiche e modalità di pubblicazione di aggiornamenti di stato, post e tweet.

Chi è il cliente tipo? Quali sono le sue esigenze, in quale modo possiamo soddisfarle, quali aspettative nutre nei nostri confronti? E poi: quali canali (ed in quali fasce orarie?) sono frequentati più assiduamente da influencer, opinion leader e stakeholders?

Prima che a se stesso, queste domande il Social Manager dovrà rivolgerle a chi ne sa più di lui: al dirigente come alla centralinista, ai commerciali come agli incaricati della logistica. Con buona pace per i responsabili del traditional marketing, la cui esperienza non sarà perciò affatto sminuita ma piuttosto rivalutata con l’avvento del digital marketing.

D’altra parte non è forse la ricerca del più largo consenso, interno ed esterno, uno degli obiettivi primari dei leader di partito? E chi altri è, se non un leader “politico” capace di trascinare e coinvolgere ed ingaggiare gli altri, il Social Manager?


Per altri spunti sull’argomento suggerisco la pagina Web che Wikipedia riserva al Social Media Marketing. Chi invece desidera approfondire il tema direttamente può contattarmi attraverso questo modulo.


Dizionario Twitter: 15 neologismi e un’infografica.

Il dizionario Twitter si arricchisce di nuovi termini, curiosi ed efficaci. Un’infografica ne spiega il significato.

Il dizionario Twitter, come quello di Facebook e di altri canali social, non finisce mai di aggiornarsi: sono almeno 15 i termini nati negli ultimi mesi e subito entrati a pieno titolo nella più recente edizione del Twictionary (indispensabile dizionario digitale, da molti ritenuto particolarmente prezioso perché introvabile nelle comuni librerie).

Si tratta di verbi, aggettivi e sostantivi che – a volte con sorprendente efficacia e spesso con mordente ironia – definiscono circostanze, consuetudini e modi d’essere tipici di chi frequenta l’emergente social media.

Click sul dizionario Twitter per aprire l'infografica

Tutte le nuove espressioni gergali integrano scontatamente, anche solo in parte, la radice “Twitter” (dall’inglese to tweet, “cinguettare”). Di conseguenza suonano come “anglofone”, ma non per questo c’è di che preoccuparsi: sono comunque comprensibili anche da chi non conosce la lingua, ed in ogni caso è disponibile una divertente infografica che ne spiega il significato.

Sfogliamo dunque, una ad una e con un tentato filo di umorismo, tutte le new-entry del dizionario Twitter!

Dizionario Twitter: Attwicted, BOM e Detweeted.

  1. Attwicted: l’addicted di Twitter. Letteralmente: “schiavo di” o, più benevolmente, appassionato di Twitter. Si riconosce per la capacità di condividere le foto della prima colazione con la stessa soddisfatta enfasi che caratterizza un neo papà mentre mostra l’album del primogenito.
  2. Detweeted: un tweet abortito, cancellato prima ancora di essere pubblicato. La circostanza è particolarmente comune fra gli attwicted, soprattutto quando a colazione mangiano i biscotti comprati al discount. Secondo un diffuso parere il dizionario Twitter dovrebbe riservare alla parola un posto di rilievo, anche per fini educativi.
  3. BOM: Bird-Of-Mouth, il passaparola di chi cinguetta. Parodistica revisione del termine WOM, Word-Of-Mouth, con il quale nel marketing si definisce l’attitudine dei clienti a trasmettersi l’un l’altro il giudizio su prodotti e brand.

Dizionario Twitter per Dweet, PTT e Politweet.

  1. Dweet: il messaggio incomprensibile lanciato da chi si trova in evidente stato confusionale. Generalmente scritto e condiviso da chi ha alzato un po’ troppo il gomito, in ore serali. Qualora appaia anche in altri momenti della giornata per il suo autore è ragionevole ipotizzare l’imminente e definitivo crollo del Klout score.
  2. PTT: Peak Tweet Time. Indica la migliore fascia oraria per pubblicare un tweet e garantirgli la massima visibilità. È il periodo – tanto caro ai social manager – nel quale l’attenzione degli utenti è particolarmente alta.
  3. Politweet: qualunque cosa venga scritta col chiaro intento di offendere o provocare i simpatizzanti di uno schieramento politico. La prassi è di consueto accreditabile al troll, figura tristemente nota e diffusa ben prima che il dizionario Twitter fosse in concepimento.

Ancora: Repeatweet, Twalker, Twantrum.

  1. Repeatweet: il tweet pubblicato pubblicato pubblicato pubblicato pubblicato pubblicato diverse volte nell’arco della stessa giornata. Odiosa pratica agli occhi di quegli utenti che non apprezzano i social manager ma ne sono follower consapevolmente fieri, preziosa opportunità per chi col social marketing ci campa.
  2. Twalker: colui che crea un account col precipuo scopo di fare stalking a danno di qualcun altro. Brutta gente, insomma.
  3. Twantrum: l’invettiva, lo scatto d’ira o – peggio – la filippica o la reprimenda che sa risultare persino più fastidiosa del solito. Alcuni utenti credono di poter sfruttare il twantrum per attaccare una celebrità o un’azienda con l’implicito intento di ottenere risposta e quindi mettersi in mostra. Il termine è inesorabilmente destinato a scomparire dal dizionario Twitter.

Tweet Cred, Tweetup, Twillionaire.

  1. Tweet Cred: l’approvazione, l’encomio ricevuto da una persona nota. L’ingresso dell’espressione nel dizionario Twitter è stato promosso con forza da chi vive e si ciba di Klout score.
  2. Tweetup: ne abbiamo parlato a proposito delle soluzioni per aumentare i follower Twitter. Si tratta di un’alternativa apparentemente meno vintage della celebri chat-pizze, incontri conviviali finalizzati al social networking. È l’occasione per prendere definitivamente atto che le foto del profilo non sono veritiere, e che chi organizza l’evento di solito si accorda col ristoratore per non pagare il conto.
  3. Twillionaire: colui che è riuscito ad arricchirsi (non solo di follower) grazie alla celebrità conquistata cinguettando. Non ne conosco, e mi affido a voi e ai vostri commenti per poter indicare in questo post alcuni esempi.

Ultimi neologismi del dizionario Twitter.

Ecco le tre nuove parole che occupano i posti in coda – secondo l’ordine alfabetico rispettato fin qui – nel dizionario Twitter.

  1. Twitterati: vanta moltissimi follower, e tutti vorrebbero essere suoi following. È la star, di quelle che ricevono migliaia di retweet anche se postano – seppure col loro impareggiabile stile – la ricetta dell’uovo sodo.
  2. Twypo: un tipo di refuso che causa lo stravolgimento – talvolta grottesco – del significato di una frase. Un notevole esempio l’ha fornito recentemente in TV Armando Sommajuolo, che nel condurre un TG LA7 ha scambiato la “u” per la “i” nel fare la cronaca della “fuga di Assad”.
  3. Twurvey: il sondaggio, il “survey”, strumento suggerito da tutti i manuali dei giovani social manager.

L’elenco di neologismi è finito, vi lascio ad un approfondimento dell’infografica (che contiene i riferimenti alla fonte). Ma prima una domanda:

voi conoscete altri termini che non sono contemplati in questo aggiornamento del dizionario Twitter?

Tra il SEO e la SEO

Nella SEO, chiave di successo per le imprese, la tecnica non è sufficiente: a fare la differenza è un’ampia competenza marketing del consulente SEO.

SEO è un acronimo curioso, insolito, perché possiede due distinti significati: sta ad indicare sia la Search Engine Optimization, ovvero l’ottimizzazione per i motori di ricerca, sia colui che ne mette in pratica le regole (Optimizer).

La coincidenza, lo stretto legame fra le diverse accezioni, si traduce anche nei fatti: il grado di professionalità e di competenza degli operatori è direttamente proporzionale alla qualità dei risultati ottenibili con la SEO.

Ma al di là delle sigle e del loro senso SEO è soprattutto sinonimo di grande “visibilità”, termine che da sempre imprenditori e commercianti identificano a giusta ragione con soddisfacenti profitti e benessere aziendale.

SEO optimization e optimizator

D’altra parte è risaputo: il buon posizionamento sulla principale SERP di Google (l’ambitissima prima pagina dei risultati delle ricerche) assicura a qualunque tipo di attività, online e off-line, un prosperoso giro di affari.

Proprio come – ad esempio – per un bar risulta provvidenziale la visibilità garantita dall’affaccio sulle frequentate vie di un florido centro cittadino. A condizione che:

  • il titolare dell’esercizio sappia bene come mutare i curiosi in clienti ed i clienti in avventori (frequentatori abituali);
  • i locali siano accoglienti e dimensionati al preventivato flusso di visitatori;
  • l’attività sia in grado di differenziarsi dalla vicina concorrenza.

Siamo così tornati a rimarcare la prioritaria importanza della professionalità rispetto alla mera applicazione tecnica: una campagna SEO è capace di generare risultati pienamente soddisfacenti solo se oggetto di una sapiente programmazione strategica, perfettamente aderente al business del committente.

Valore e requisiti della SEO.

La SEO è, indiscutibilmente, uno dei più potenti strumenti marketing. Anche perché i potenziali clienti originati dalla ricerca organica, cioè dai link gratuiti di Google & Co., sono già in target con i servizi ed i prodotti offerti sulle pagine Web di destinazione.

Se non bastasse, quei contatti si caratterizzano anche per la favorevole propensione all’acquisto: poiché per merito della SEO sono i visitatori a raggiungere consapevolmente l’azienda, e non il contrario, il delicato processo conclusivo di conversione economica risulta profondamente agevolato.

Ciò è vero, naturalmente, se la Search Engine Optimization sarà stata accuratamente e sapientemente pianificata. Se sarà stata cioè rivolta prima alla rigorosa selezione delle keyword coerenti con gli obiettivi, quindi al posizionamento delle stesse in vetta alle principali pagine dei motori di ricerca, ed infine alla migliore gestione dei conseguenti lead.

Di qui la necessità di una consulenza SEO – torna utile ribadirlo – non solo tecnicamente preparata, ma anche e soprattutto connotata da una solida visione prospettica delle reali esigenze del cliente e supportata da una profonda competenza in ogni settore del Web marketing.

Convenienza, ROI e persistenza.

Abbiamo visto come la SEO punti ad imbrigliare una “spontanea” domanda di mercato già rigorosamente filtrata dai motori di ricerca: ciò rappresenta un valore assoluto per le imprese, peraltro precisamente misurabile.

Tra i criteri da usare nel calcolo ROI della SEO – tema che merita un approfondimento dedicato – ce n’è uno talvolta gravemente trascurato persino dai più accreditati manuali tecnici: la persistenza. Gli investimenti operati nell’ottimizzazione sono costituzionalmente duraturi: il flusso di lead generati non si interrompe al chiudersi della campagna, come avviene invece ad esempio con l’advertising, ma proseguono per un periodo potenzialmente illimitato. In ogni caso proporzionale alla qualità degli interventi praticati dai consulenti.

Questa caratteristica, associata ai costi vivi relativamente contenuti, fa della SEO anche una delle soluzioni di marketing più vantaggiose. Probabilmente quella che gode del migliore rapporto tra costi e ricavi, e quasi sempre ben più conveniente rispetto alle onerose alternative outbound (spot televisivi e radiofonici, cartellonistica, inserzioni pubblicitarie, telemarketing, etc.).

Oltre la SEO: il Search Engine Optimizer.

Nel perseguire l’utile aziendale più dell’ottimizzazione può l’ottimizzatore, potremmo dire. Ovvero: il SEO, colui cioè che mette in pratica le regole della Search Engine Optimization, può offrire un contributo alla crescita di imprese ed esercizi commerciali che va ben oltre il seppur complesso posizionamento delle keyword.

Per un SEO conoscere le dinamiche di Google, Bing ed altri motori di ricerca, ed essere realmente capace di usarle a beneficio di un sito WEB, non è sufficiente. Le sue qualità dovrebbero spaziare dalle capacità analitiche a quelle linguistiche, anche per la migliore redazione estetica e di copywriting di contenuti, landing page e link bait.

Ma allo stesso tempo è oramai diventato indispensabile possedere anche notevoli abilità nel social media marketing, per poter approntare strumenti e strategie SMO “on”, “in” e “off-page”, destinate ad incrementare fidelizzazione e customer retention.

Prima ancora il SEO dovrebbe inoltre possedere quella caratura professionale (meglio se maturata attraverso seri corsi di formazione come quelli proposti da Google Engage) e quello spessore etico che, assieme alla conoscenza di ogni ramo del digital MKTG, gli consentano di valutare sostenibilità ed opportunità di qualunque campagna. Dovrebbe cioè essere capace di suggerire all’impresa cliente lo strumento più efficace per ciascuno scenario di business, anche a costo di perorare soluzioni che non siano di sua stretta competenza.

In definitiva: per originare contatti, acquisire nuovi e più numerosi clienti ed incrementare gli affari, probabilmente non c’è soluzione migliore della SEO. Se escludiamo, ovviamente, il Search Engine Optimizer.

Aumentare i follower Twitter. Averne tanti, subito!

Aumentare i follower Twitter? Facile e veloce: basta seguire pochi suggerimenti per moltiplicare gli amici in follower, e viceversa.

Aumentare i follower Twitter è un desiderio diffuso. D’altra parte cinguettare è una soluzione fantastica per condividere interessi e passioni, e non c’è nulla di strano nell’aspirare ad un’ampia cerchia di contatti ed amici con i quali interagire quotidianamente.

In più Twitter è uno strumento di comunicazione che va dritto al cuore della gente, perché è uno dei pochi social media per i quali “essere” è ben più importante che “apparire” ed “avere” (se non una tastiera, e qualcosa da dire).

Per la stessa ragione conversare in 140 caratteri piace tanto anche alle aziende: consente loro di gestire WOM e buzz, raccogliere feedback e promuovere prodotti, fare branding ed engagement con i clienti. I quali a loro volta sono ben felici di interagire con le imprese, di poterle direttamente richiamare alle proprie responsabilità, di sentirsi “ascoltati”.

Aumentare i follower Twitter con ogni mezzo

Torniamo all’esigenza di possedere un cospicuo numero di follower Twitter: se io non ne ho neanche uno, o ne ho pochissimi, con chi mi confronto? Oppure, se rappresento un’azienda, chi mi illudo di poter “ingaggiare”? Ecco allora alcuni suggerimenti, rapidi e concreti, che in poco tempo permettono di incrementare notevolmente le relazioni online.

Funzionano davvero? – vi state probabilmente chiedendo. La risposta è: verificate subito, sperimentate immediatamente la prima delle indicazioni che sto per darvi. Attraverso il pulsante a sinistra condividete questo post: a stretto giro io stesso sarò tra i vostri follower, con il mio account @googlepolicyit. C’è un’alternativa, altrettanto efficace, che ho messo da parte per voi come ultimo consiglio.

Conviene comprare follower Twitter?

Alcune persone ritengono utile e legittimo aumentare i follower Twitter acquistandoli online. Io non sono tra quelle, per ragioni che non hanno nulla a che vedere con principi etici e morali. I motivi sono altri e ve li spiego.

Immaginate di essere soli sul palco di un grande teatro, davanti ad una platea gremita all’inverosimile: qual è la cosa più brutta che può capitarvi? Che il pubblico si metta a ridere di voi? C’è un’ipotesi peggiore: per quanto vi sforziate di attirare l’attenzione la gente resta impassibile, assente, muta! Per poi improvvisamente risvegliarsi e con ferocia ricoprirvi di insulti, fischi ed ortaggi.

Ecco: questo è quel che generalmente capita a chi compra online follower Twitter. O a chi li riceve in dono e a sua insaputa, come di recente è capitato ad un noto esponente politico. Per quanto numerosi, quegli inanimati account restano lì immobili qualunque cosa facciate e diciate. Salvo poi diventare implacabili testimoni quando qualcuno in carne ed ossa (si fa per dire) deciderà di smascherare il vostro inganno e sbandierarlo ai quattro venti.

È però altrettanto vero – inutile nasconderlo – che il poter vantare una nutrita schiera di follower Twitter può senz’altro favorire il reclutamento di nuovi. Sì, perché chiunque è portato a pensare che una persona particolarmente seguita ha certamente cose interessanti da dire. Allora come se ne esce?

Prepararsi al primo incontro.

I follower Twitter sono umani (a meno appunto di averli comprati, e allora sono bot): anche a loro succede di farsi un’idea più o meno realistica delle altre persone in occasione dal primo approccio. E sarà proprio questa impressione a determinare l’eventualità di futuri incontri, o ad escludere (salvo improbabili ripensamenti) l’ipotesi che possa nascere un duraturo legame di frequentazione.

Perciò è bene, se non indispensabile, mettere a punto un profilo degno di noi e delle nostre aspettative. Come? Seguendo questi pochi e semplici passi:

Come impostare il profilo per aumentare i follower Twitter

  1. Carichiamo una foto accattivante come immagine del nostro profilo.
    1. Scegliamone una che si discosti il più possibile da quella che abbiamo incollato su patente e carta d’identità: il “formato tessera” va bene solo in termini di dimensioni.
    2. Se riteniamo che il nostro sorriso non sia all’altezza della nostra anima e del nostro intelletto non è necessario ricorrere a Photoshop; si può ovviare con un avatar il più possibile rappresentativo della nostra personalità. Ai nostri follower Twitter piacerà ugualmente.
    3. L’azienda avrà compito più facile: il logo dovrebbe pienamente prestarsi allo scopo.
  2. Lavoriamo sull’intestazione, rendendola unica.
    1. Compiliamo per benino tutti i campi Nome (che non dev’essere necessariamente identico alla sigla dell’account), Posizione, Sito Web e Bio.
    2. Se sia o meno opportuno usare hashtag nella “bio” è questione controversa; io per il momento propendo per il no.
    3. Se desideriamo citare altri link, oltre quello indicato nello spazio ad hoc, riportiamoli per esteso (la gente è più propensa a cliccare su destinazioni riconoscibili, e questo vale anche per gli aggiornamenti di stato su Facebook).
    4. Secondo alcuni luminari invitare a fare click sul link al blog o allo spazio Web aziendale, attraverso una CTA (call to action), è indispensabile per incentivare il follow (oltre che per incrementare i lead): ad esempio “Vieni a trovarmi sul sito!”. Va da sé che lo stratagemma è opportuno solo nel caso in cui disponiamo di qualcosa di utile e bello da mostrare, altrimenti la soluzione non farà altro che procurare un rimbalzo al quale è difficile porre successivamente rimedio.
    5. Inseriamo un’altra foto, anche questa simpatica ed originale, come sfondo dell’intestazione. Potrà ad esempio fare al nostro caso una simile a quella contenuta nello screenshot in alto. Oppure una che rappresenti voi ed il vostro mondo ed i vostri interessi o, nel caso di un’impresa, il mercato di riferimento. In alternativa potreste divertirvi a creare un collage, naturalmente significativo quanto grazioso (occhio però a non perdere il contrasto tra l’immagine di sfondo ed il testo contenuto nella Bio).
  3. Cerchiamo o elaboriamo un “wallpaper” (background) per il nostro account. Se però non abbiamo dimestichezza col photo editing e non troviamo nulla che ci rappresenti davvero, scegliamo pure un colore uniforme che faccia pendant con intestazione e immagine del profilo.

Se volete approfondire l’argomento, e magari desiderate anche un tutorial su come realizzare tecnicamente le modifiche, suggerisco l’eccellente post che un autorevole blog ha dedicato proprio alle soluzioni per migliorare l’intestazione di Twitter.

Aumentare i follower Twitter: si fa sul serio.

Siamo arrivati al dunque: mettete in pratica tutti o buona parte dei suggerimenti elencati a seguire, e vedrete che in breve avrete molti più follower Twitter di quanto sperate. Cominciamo con l’attività di promozione, on e offline.

  1. Approntate più liste di persone che val la pena ascoltare. Quindi offritele in dono al mondo, dentro e fuori Twitter. Ad esempio: “Ho creato una lista di esperti in tema di #SEO: se vi piace usatela anche voi. ;)”
  2. Possibilmente inserite anche me in quella lista.
  3. Cercate sul Web potenziali interlocutori che nutrono i vostri stessi interessi, qualunque essi siano. Quindi contattateli e avviate un rapporto.
  4. Quando amici, conoscenti e parenti vi chiedono come trovarvi su Facebook, voi proponetegli anche di cinguettare.
  5. Se possedete un’azienda diffondete la voce tra dipendenti e clienti.
  6. Usate altri social media, ai quali siete già iscritti, per fare reclutamento.
  7. Non c’è posto migliore dei forum per trovare nuovi follower: aprite un topic in cui si parli, per un motivo o per un altro, di Twitter. E non scordate di indicare il vostro riferimento nella firma.
  8. Fate lo stesso per la vostra impresa, piccola o grande che sia. Incaricando, ovviamente, terze persone (si chiama seeding, lo so).
  9. Inserite sul vostro blog, se ne avete uno, un link molto evidente al vostro account. Con l’espresso invito a diventare follower Twitter, così da potersi tenere sempre aggiornati.
  10. Pubblicate sul sito personale, o anche su quello aziendale, un post come questo. ;)
  11. Sempre sul vostro sito, se vi è possibile installate un widget con lo streaming dei messaggi di chi vi segue: un’ulteriore occasione offerta a loro per mettersi in mostra e per avervi in simpatia. Di soluzioni già pronte all’uso, per piattaforme come WordPress e Joomla!, ce ne sono diverse.

Ed ora le buone prassi da rispettare nelle interazioni.

  1. Ascoltate i following e partecipate alle loro discussioni, esprimendo il vostro parere e contribuendo con argomenti rilevanti.
  2. Rispettate la buona abitudine, naturalmente, anche con i follower Twitter.
  3. Usate gli hashtag per tutti i topic di vostro interesse, anche se non rientrano nelle hit-parade.
  4. Nel vostro campo siete voi gli esperti: proponetevi come una risorsa, condividendo con costanza spunti e fonti di approfondimento.
  5. Se non avete tempo o pazienza sufficiente per pubblicare messaggi con discreta frequenza, usate applicazioni che ne consentono la programmazione (TweetDeck, ad esempio, o su smartphone l’ottimo TweetCaster).
  6. Individuate persone influenti ed interagite con loro. Gli influencer non sono necessariamente coloro che hanno tanti follower Twitter (potrebbero averli comprati!), ma chi riceve numerosi retweet e menzioni.
  7. Per facilitarvi nel lavoro indicato al punto precedente usate lo strumento di misurazione offerto da Klout.com (a sua volta integrato in gestionali per il social media marketing, come il notissimo HootSuite).
  8. Nel creare le liste, abbiate cura di selezionare gli utenti per rigorosa associazione in base a specifici argomenti: la gente è tendenzialmente pigra ed è più propensa a far suo un elenco di account già ottimizzato, piuttosto che crearne uno ex novo.
  9. Scoprite chi è più in gamba di voi e studiatene il comportamento: abbiamo tutti da imparare.

Creatività e ingegno pagano.

  1. Cercate coloro che più di altri praticano il retweet. È sufficiente usare la funzione Search con le keyword “RT” e “#vostrotrendpreferito”. Quindi diventate loro follower Twitter, nella speranza che ricambino.
  2. A vostra volta retwittate con disinvoltura: molti utenti risponderanno alle vostre attenzioni iniziando a seguirvi.
  3. Organizzate un feed RSS con fonti pertinenti alle vostre competenze: sarà una risorsa inesauribile per citare nuovi articoli.
  4. Utilizzate ancora la ricerca per trovare tweet contenenti le keyword sulle quali siete forti, e buttatevi nella discussione.
  5. Pubblicate foto e video: sono quelli che attirano maggiormente l’attenzione. E nuovi follower Twitter.
  6. Su Twitter le informazioni hanno vita breve: per diffonderle scegliete l’ora in cui vi sembra ci sia maggior traffico.
  7. Mi pare non siano più tanto in voga, ma se ne trovate qualcuno (su Google con le opportune keyword) partecipate! Parlo dei “tweetup”, che più o meno corrispondono alle antiche “chat pizze”, cioè incontri conviviali destinati a conoscere di persona la gente che incontri online.
  8. Partecipate anche ai “Twitter group”: scovateli, ovunque siano sul Web.
  9. Non lasciatevi sfuggire le principali “tendenze” del giorno, ed intrufolatevi a condizione che abbiate davvero qualcosa da dire. Cioè, per favore non usate scorciatoie del tipo: “Ehi! # vattelapesca è tra i primi # trend del giorno!!!”. Perché tanto in questo modo non ricaverete un ragno dal buco, e tanto meno nuovi follower Twitter.
  10. Seguite i calendari di spettacoli, concerti, cinema, e twittate a proposito di novità e anteprime.
  11. Mi costa dirlo, ma tant’è: se vi piacciono gli show televisivi sappiate che sono quelli che più di altri originano tendenze. Però prendetene atto: MasterChef è finito, c’è da aspettare la prossima edizione.

I consigli non sono finiti, il post quasi.

Ovviamente non posso garantirvi il successo, ma davvero credo che con un po’ di impegno riuscirete ad avere un soddisfacente numero di follower seguendo i suggerimenti che ho appena finito di elencare. Tuttavia, nell’ipotesi in cui le cose non dovessero andare come spero, ho in serbo per voi gli ultimi due “tips”.

Fra i trend cercate “followback” o keyword simili: è pieno di gente che non vede l’ora di diventare l’uno follower Twitter dell’altro. Magari però tentate un minimo di selezione: che almeno siano italiani, e soprattutto che non si tratti di bot.

Infine: create una lista pubblica riservata alle persone più rilevanti nel vostro settore, e datele un nome accattivante. Ad esempio: “Gente davvero simpatica”, e condite la descrizione con altri complimenti più o meno espressi. Appena verrà citato nell’elenco, il possessore del fortunato account riceverà una notifica: se non ha un cuore di pietra, diventerà subito vostro amico.

E voi, conoscete altre soluzione per aumentare i follower Twitter?

Sigaretta elettronica: prezzi, etica e verità

Sigaretta elettronica prezzo e verità: fa davvero smettere di fumare? È nociva? E poi: conviene farne un’attività d’impresa?

N.B. Puoi saltare al paragrafo “sigaretta elettronica prezzo” se sei interessato esclusivamente all’argomento.

La sigaretta elettronica non nuoce alla salute! Anzi, credetemi amici miei carissimi, lettori, follower e liker: è stimolante, eccitante, digestiva, aiuta la concentrazione ed è pure divertente! Chi sono io per dirlo? Il massimo esperto vivente della sigaretta elettronica!!!

Sigaretta elettronica modello Ego

Ecco, avete appena assistito ad alcuni degli effetti della nicotina assunta per inalazione, in dosi importanti ma non eccessive: euforia, ipersocialità (anche digital), smodata sicurezza in sé stessi. Quantità più elevate – soprattutto se ingerite – sono oltremodo pericolose: si va da forti attacchi di nausea a violenti conati di vomito, fino ad arrivare al decesso senza tappe intermedie.

Però tranquilli: per restarci secchi di nicotina è necessario assorbirne davvero tanta ed in poco tempo. Almeno, dico almeno, 50/60 mg. Cioè, a seconda della concentrazione, una goccia più o meno minuscola.

A questo punto, in funzione del grado di interesse che nutrite nei confronti delle e-cig, vi state probabilmente chiedendo:

  1. Qual è la verità circa la sua pericolosità? Sempre che ce ne sia una.
  2. Che ci fa la sigaretta elettronica in un blog che, per quanto personale, aspira ad abbracciare argomenti come la SEO, i social media e più in generale il Web e l’inbound marketing?

Inizio col rispondere alla prima delle due domande, dal mio modesto (ecco un calo di nicotina) punto di vista: la sigaretta elettronica può davvero risultare nociva per la salute dell’uomo?

Nessuno studio dimostra la pericolosità della sigaretta elettronica.

Per smettere di fumare avevo già provato quasi tutte le soluzioni disponibili: cerotti, psicoterapia, nauseabonde chewing gum e spilloni agopunturali conficcati in tempie e lobi. Restava solo lei, la sigaretta elettronica. Ma prima di acquistarne una era per me indispensabile saperne il più possibile.

Ho quindi consultato medici, un’amica farmacista, un parente tabaccaio ed una cartomante di piazza Navona. Ma soprattutto ho rovistato il Web alla ricerca di leggi, certificazioni, articoli di approfondimento, opinioni illustri e pronunce istituzionali. Per arrivare ad una conclusione semplice quanto moderatamente confortante: nessuna indagine condotta fino ad oggi ha rilevato rischi, fatta eccezione per quanto abbiamo già detto della nicotina (che è un veleno, prima ancora di uno stupefacente).

Non nascondo la delusione per la presenza in Rete di numerosissimi articoli che tutto fanno fuorché chiarire l’argomento. E questo è dovuto alla congiuntura tra un fenomeno in crescita esponenziale, l’imbarazzante assenza di una precisa regolamentazione della materia, e la carenza di ricerche scientifiche condotte su ampia base statistica. Per intenderci, spesso persino pezzi giornalistici pubblicati dalle medesime testate sono fra loro contraddittori: ora additano la sigaretta elettronica come dannosa, ora ne incensano l’efficacia come strumento per smettere di fumare.

L’OMS, l’Europa, l’Italia. Le leggi e le opinioni sulla sigaretta elettronica.

Una delle più citate fonti in tema di sigaretta elettronica è l’Organizzazione mondiale della sanità, che in diversi documenti ne mette in dubbio l’utilità e denuncia il rischio che per i giovani costituisca un ponte verso il tabagismo. Particolarmente menzionata è questa nota, che però risale addirittura al 2008.

Più di recente l’Unione Europea ed il Ministero Italiano della Salute sono intervenuti per regolamentare non tanto la sigaretta elettronica (dal 2011 vietata ai minori di 16 anni) ma piuttosto i “fluidi”, ovvero le ricariche: nel caso in cui contengano nicotina, confezioni e flaconi devono tra l’altro riportare un’etichetta con il simbolo del teschio, a testimonianza della pericolosità della sostanza. È inoltre indispensabile indicare il numero di telefono del distributore / produttore, da contattarsi in caso di “sovradosaggio”.

Fortunatamente in queste settimane quelle disposizioni comunitarie cominciano a sortire effetti concreti, tanto che gran parte delle catene di negozi specializzati si va finalmente adeguando. Chi non lo fa – è stato il recentissimo caso di un brand particolarmente diffuso sul nostro territorio – si vede sequestrate le scorte di e-liquid.

Tuttavia chiunque si avvicini a questo mercato continua a percepire la mancanza di diffusi controlli e di una organica disciplina del settore. Per esperienza so bene che i marchi RoHS e CE applicati sui prodotti di fattura cinese non sono sempre prova di affidabilità e garanzia; eppure fino ad oggi sono soltanto quei timbri a certificare “legalità” in prodotti elettronici che somministrano sostanze fortemente tossiche e potenzialmente letali. Cioè la sigaretta elettronica..

La sigaretta elettronica è un valido sostituto del tradizionale tabacco?

Per rispondere a quest’altro interrogativo devo innanzitutto ricorrere alla mia esperienza personale. Fino allo scorso 3 febbraio consumavo ogni giorno – complice il lavoro sedentario – un numero inconfessabile di pacchetti azzurrognoli con stampate sopra immagini di piramidi e palme. Dal 4 febbraio non ne ho più comprati, e ne conservo ancora uno in bella vista, intonso trofeo della vinta battaglia. La guerra si vedrà.

In questo periodo ho scoperto che la sigaretta elettronica sostituisce in tutto e per tutto quella tradizionale, tanto nella gestualità quanto nella ritualità quotidiana e persino nel gusto. Ma ho anche preso atto che in verità è proprio la nicotina a permettere di contrastare senza impegno la tentazione di tornare indietro.

Dunque il mio consiglio a chi voglia smettere è: svapare, fin tanto che se ne senta il bisogno. Col passare dei giorni si potrà gradualmente ridurre la concentrazione della sostanza nei liquidi e, quasi inavvertitamente, incamminarsi verso la definitiva emancipazione dalle “bionde”.

D’altra parte pare sia questa la sorte di molti ex fumatori: i forum online specializzati traboccano di testimonianze di persone per le quali catrame e monossido di carbonio sono oramai uno sbiadito ricordo. Se non dovesse bastarvi la consultazione delle community date un’occhiata a questo recente articolo di Panorama – che in verità un po’ di sapore dell’article marketing ce l’ha: “Sigaretta elettronica: nuoce gravemente al fisco“. A detta dell’autore, lo scorso dicembre i tabaccai italiani hanno registrato una contrazione delle vendite di prodotti da fumo pari al 10%.

Costi dello “svapo” e prezzi sigarette elettroniche.

I prezzi degli essenziali strumenti da “svapo” variano molto, ma per l’acquisto di articoli mediamente affidabili l’investimento da preventivare è nettamente inferiore a quello che deve sostenere chi consuma un pacchetto di bionde al giorno: una sigaretta elettronica di discreta fattura, generalmente fornita in due unità all’interno della stessa confezione, costa dai 50 agli 80 Euro.

Le cifre si fanno ancora più contenute se si propende per l’acquisto online; proprio a causa della scarsa conoscenza e regolamentazione del mercato, purtroppo in alcuni negozi si pratica un notevole ed ingiustificato aumento dei ricarichi, talvolta anche attraverso il ricorso a stratagemmi. Come ad esempio il rivendere singolarmente e-cig originariamente impacchettate (e come tali pubblicizzate) in doppia unità; # sapevatelo.

Al prezzo della sigaretta elettronica va aggiunto quello dei ricambi, che però non incide in misura sensibile sulla spesa mensile: 5/10 Euro. C’è infine da considerare le ricariche, e qui l’entità dell’esborso cambia sensibilmente da svapatore a svapatore. Un flacone di e-liquid da 20 ml prodotto in Italia costa mediamente 10 Euro, indipendentemente dalla concentrazione di nicotina; per un ex fumatore “leggero” probabilmente ne basterà uno ogni due / tre settimane, per gli altri sarà forse necessario acquistarne una mezza dozzina al mese o poco più.

I fluidi – disponibili in diversi aromi più o meno simili al gusto del tabacco – sono generalmente composti in misura variabile da:

  1. Glicole propilenico (blandamente tossico in quantità “industriali”)
  2. Glicerina
  3. Acqua
  4. Nicotina (in misura variabile da 24 a 4 mg/ml).

Data l’impossibilità di verificare personalmente l’effettiva quantità di nicotina e glicole propilenico, o di eventuali altre sostanze, io non mi rifornirei all’estero per acquistare ricariche per la sigaretta elettronica. Per quanto ad oggi neanche in Italia siano in vigore leggi sulla rigorosa certificazione dei liquidi e della loro composizione. Ma per la cronaca è giusto dirlo: in Polonia alcuni produttori praticano prezzi sensibilmente inferiori alla media (5 Euro per 20 ml, ad esempio).

Che siate o meno del mio stesso avviso, è giusto ricordare che fumare più costose foglie secche e carta filigranata bene comunque non fa, indipendentemente dalla nazionalità del produttore di tabacco e sigaretta elettronica.

Prospettive, cifre e statistiche sulla sigaretta elettronica.

In Italia – secondo la Doxa – il venti per cento dei dieci milioni di fumatori ha provato o ha intenzione di sperimentare nel prossimo futuro la sigaretta elettronica. Secondo il già citato articolo di Panorama, sono circa 400.000 le persone che dalla “tirata” sono passati alla svapata senza rimorsi, ed entro il 2013 potrebbero diventare un milione tondo tondo. Nonostante solo alcune delle e-cig attualmente in commercio siano adatte a chi desidera liberarsi definitivamente del tabagismo.

Certo, l’argomento è delicato perché entra in gioco il tema della salute pubblica, e con la salute non si scherza. Ma neanche mi sembra intelligente continuare a fare gli indiani davanti a quei numeri. E questo vale sia per chi è schiavo del vizio delle bionde, sia per chi sarebbe chiamato a regolamentare un mercato che ancora sembra il far West, sia per chi voglia cogliere nel canale una nuova opportunità lavorativa ed imprenditoriale.

Torniamo alla seconda domanda, ancora inevasa: che ci fa la sigaretta elettronica in un blog che tratta di Web marketing?

Conviene lanciarsi nel commercio della sigaretta elettronica?

Le realtà aziendali del settore sono già numerose, ma il trend lascia ipotizzare ampi spazi di affermazione per i futuri operatori. Soprattutto sul versante digitale del commercio e del marketing, dove mi sembra di poter riscontrare rara professionalità: e-store poco curati e a volte persino improvvisati; attività di Web e social media marketing, a supporto delle catene di negozi, sostanzialmente inesistenti; totale assenza di comunità di consumatori e di organi aziendali, uniti attorno all’esigenza di disciplinare la materia e preservare il consumo da rischi.

Insomma: per chi sia alla ricerca di un impiego, di un’idea per una piccola attività commerciale o di una vera e più o meno grande avventura imprenditoriale, la sigaretta elettronica può rappresentare oggi un’opportunità preziosa. In tempi di crisi nel mondo del lavoro di alternative non ce ne sono molte; chi decida di intraprendere questa, puntando sull’inbound marketing per promuovere un’iniziativa che riesca a coniugare profitto con sincera ed esplicita attenzione ad etica e salute, a mio avviso l’avrà imboccata giusta.

Sempre che la sigaretta elettronica non finisca per restare prima o poi imbrigliata – a torto o a ragione – in una disciplina legislativa particolarmente severa e limitante. Un’eventualità questa da ascrivere alla voce major risk di un project plan ben strutturato, di quelli che per non lasciare nulla al caso contemplino pure ipotesi di riorganizzazione e riconversione aziendale. In Sali e Tabacchi magari, che tanto quello è un settore che difficilmente rischia di andare – è il caso di dire – in fumo.

E voi, fumate? Avete già provato la sigaretta elettronica? Siete rivenditori? Se vi va di discuterne mi trovate qui di seguito, fra i commentatori, o su Twitter (il mio account è @googlepolicyit).